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Perchè l'etica non ha bisogno di dio


Il primato dell’etica, il discrimine tra bene e male che rende possibile la pace della coscienza del singolo e l’armonia della convivenza tra gli uomini nel rispetto della libertà di ciascuno, costituisce il Credo di NonCredo. L’assunto non è se sia possibile un’etica senza dio (e quale dio?), bensì come possa essere possibile ammettere un’etica religiosa (e di quale religione?). L’etica nasce con l’uomo, cresce e muore con l’uomo, è la sua inseparabile compagna: non vi è etica senza umanità.

Dalla morale alla religione
Era il 1793 e l’ormai settantenne Immanuel Kant pose le basi per quella che sarebbe stata l’opera più audace e rivoluzionaria della sua vita. Il filosofo di Königsberg, che in tutta la sua esistenza aveva esaltato la filosofia come esercizio dell’uso critico, pubblico e libero della ragione, quale condizione essenziale per il miglioramento dell’umanità, affrontò razionalmente anche il tema più scottante e spinoso: quello religioso. Dalle riflessioni kantiane nacque La religione nei limiti della semplice ragione, l’unica opera che fu attaccata in maniera violenta sia dalla censura religiosa sia dal bigotto re di Prussia, Federico Guglielmo II, che arrivò a proibire a Kant di tenere lezioni pubbliche e scrivere intorno ad argomenti religiosi.

La posizione del filosofo tedesco in ambito religioso è chiara e devastante nella sua semplicità: l’essere umano non ha bisogno, per regolarsi nella sua vita morale, di alcun dio; la legge morale è una produzione umana e non dipende da alcuna legge divina; la religione non è che una conseguenza dell’esistenza della legge morale e della libera volontà umana, in quanto, essendo l’uomo un essere imperfetto e limitato, trova nella religione un aiuto all’affermazione della legge morale. Una posizione, quindi, che rivoluziona il modo di pensare occidentale, fortemente influenzato dalla tradizione giudaico-cristiana, e che rivela la forza incredibile della razionalità, della libertà, dell’uomo in quanto essere unico ed irripetibile.
Le parole di Kant squarciano il velo dell’ipocrisia religiosa, dell’accettazione passiva, del dogmatismo; esse irradiano pura ragione, sono la luce che illumina l’umanità e la libera dalle catene di platonica memoria: «La morale, in quanto basata sul concetto dell’uomo, come essere libero, ma che appunto per questo, sottopone se stesso, mediante la propria ragione, a leggi incondizionate, non ha bisogno né dell’idea di un altro essere superiore all’uomo per conoscere il proprio dovere, né di un altro movente oltre la legge stessa per adempierlo. È almeno per sua propria colpa che l’uomo trova in sé un bisogno simile, perché quello che non ha origine da lui stesso e dalla sua libertà non può mai surrogare quello che gli manca di moralità. Essa dunque per se stessa non ha assolutamente bisogno di appoggiarsi sulla religione; ma, in virtù della ragione pura pratica, essa basta a se stessa». L’uomo, quindi, senza bisogno di alcuna rivelazione divina, sa già cos’è il bene e cos’è il male, e sa altresì che è un suo obbligo fare il bene e rifiutare il male senza che quest’obbligo prenda le mosse da una morale religiosa. La legge morale trae vita dalla libertà umana, ed essere liberi significa possibilità di fare il bene ma anche di fare il male. Vi è dunque una duplice natura nell’uomo: una natura buona, che è vista da Kant come una disposizione alla sopravvivenza della specie, alla convivenza pacifica, al senso di responsabilità morale; ed una natura cattiva, che si manifesta come tendenza al male e a disobbedire alla legge morale. Le due nature sono presenti in ogni essere umano, sono i retaggi della nostra storia, sono l’essenza della nostra specie. Questa natura bifronte potrebbe portarci a pensare che l’uomo non ha colpe per la sua tendenza al male, ma così non è, perché ogni uomo è responsabile delle proprie azioni, e la tendenza al male, anche se non può essere estirpata, può essere controllata con una condotta di vita saggia e virtuosa.
La libertà torna quindi con tutto il suo potere, perché è l’uomo a decidere la condotta della sua vita, è l’uomo a decidere quale delle due nature far prevalere, è l’uomo a scegliere la via del bene o la via del male. Kant dice chiaramente che nessun essere umano può essere santo, nessun essere umano può infatti rimuovere da sé la tendenza al male; e non c’è bisogno di alcun esempio per osteggiare questa tendenza, perché l’uomo sa cos’è il bene e cos’è il male. La legge morale non viene da una rivelazione divina, è sufficiente che ogni uomo guardi dentro di sé e lì la troverà.

Perché dio è incompatibile con l’etica
Duecento anni dopo la riflessione kantiana un altro filosofo pone l’accento sul rapporto tra morale e religione, con una veemenza ed un’aggressività certamente maggiori di quelle del filosofo di Königsberg, ma partendo da un punto comune incontrovertibile: l’etica è esclusivamente ed irrimediabilmente una fondazione umana, e come tale va affrontata con la sola arma della ragione, prescindendo da ogni apporto religioso. Secondo Lecaldano dio non è compatibile con l’etica perché tenta di sottrarre all’uomo il diritto/dovere di creare e far crescere un’etica che sia realmente frutto della sensibilità umana. Per il filosofo italiano l’etica è la scelta primaria di ogni essere cosciente e sociale. È l’etica che indica la via dell’esistenza, è l’etica che permette all’uomo di scegliere fra ciò che è bene e ciò che è male, e la responsabilità di questa scelta non può essere delegata a nessun altro, nemmeno ad un dio. Se l’uomo accoglie un’etica religiosa distrugge la libertà di cui è depositario, annienta la razionalità, delega ad altri quella scelta che dovrebbe essere personale ed unica: «non solo non è vero che senza Dio non può darsi l’etica, ma anzi è solo mettendo da parte Dio che si può veramente avere una vita morale; un’etica che trova il suo fondamento in un Dio inteso come causa prima o Autore della Natura non può essere universale perché escluderebbe gli atei, mentre è evidente che se l’etica deve essere una risposta alla comune umanità di tutti noi non deve escludere nessuno». L’etica religiosa non è un’etica autentica perché è retributiva, perché prescrive di fare il bene in vista di un premio. Per il non credente, invece, il premio per la sua condotta morale consiste nella consapevolezza di aver fatto ciò che è bene, ciò che è giusto. Se accettiamo l’idea di un’etica religiosa, accettiamo l’idea di un insieme di precetti emanati da un’autorità, ma in questo modo togliamo valore etico alle norme morali e riduciamo il comportamento etico di ogni uomo alla pura obbedienza ad un comando. Un’etica, quella religiosa, che quindi si nutre di passività, di mancanza di contraddittorio, di assenza di libertà interpretativa. Lecaldano risponde con forza e fermezza a chi pretende di violare il carattere universale dell’etica, a chi vuole con decisione legare l’etica ad un dio; la contraddizione di questo atteggiamento è lampante, perché un’etica religiosa si rivolge solo ad una parte dell’umanità, lasciando non credenti, agnostici, atei, animisti e credenti di altre religioni fuori dalla “retta” via: «i restanti saranno biasimati, emarginati, perseguitati o, nel caso migliore, costantemente sollecitati ad abbandonare la loro visione del mondo». Egli, contrastando l’assunto che la moralità derivi dalla religiosità, individua i princìpi base di un’etica razionalista ed universale, che ha come caratteri principali: la solidarietà e l’empatia, che spingono gli esseri umani a sentirsi partecipi della gioia e della sofferenza dei loro simili. Il profondo senso di giustizia, che fa sentire un’offesa fatta ad un altro uomo come un’offesa fatta all’intera umanità. L’esaltazione della libertà, a cui si può imporre un limite solo per salvaguardare i diritti di altri individui o gli interessi comunitari della società. L’assoluta uguaglianza degli uomini di fronte alle leggi. La ragione come faro che illumina il percorso dell’umanità. La condivisione degli obiettivi, il confronto delle idee, l’adattamento alla realtà geografica, storica, culturale. Tutto questo descrive un’etica universale, un’etica non dogmatica, un’etica che possa far sentire ogni uomo cittadino del mondo e non suddito di un dio o di suoi eventuali interpreti: «L’etica deve camminare solo sulle proprie gambe. Un’etica senza Dio non pretenderà mai di imporre con qualsiasi mezzo una pretesa verità morale a coloro che non la ritengono tale».

Un dilemma etico
Il problema della possibilità di un discorso etico non religioso che tanto ha appassionato l’intellighenzia nell’ultimo secolo e che ha avuto come spinta i continui rimandi della curia romana alla “necessità” di seguire l’etica di dio, è ormai capovolto; la domanda non è tanto se sia possibile un’etica senza dio, ma come sia possibile ammettere un’etica religiosa. Che l’etica sia una produzione umana è innegabile: l’etica nasce con l’uomo, cresce e muore con l’uomo, è la sua inseparabile compagna, non vi è etica senza umanità. A corroborare questa tesi vi è l’esperienza del biologo e psicologo Marc Hauser, docente all’università di Harvard, che ha proposto una serie di esperimenti per dimostrare l’esistenza di un’etica universale che va al di là di ogni convinzione, laica o religiosa. In Moral Minds: How Nature Designed our Universal Sense of Right and Wrong il biologo americano riporta il risultato di un esperimento effettuato su uomini di nazionalità, cultura e religioni diverse, a cui ha sottoposto un dilemma etico: «in un ospedale stanno morendo cinque pazienti per una grave patologia di cinque distinti organi. Ognuno di loro verrebbe salvato se si trovasse un donatore per quell’organo, ma non ci sono volontari. Il chirurgo si accorge che in sala d’aspetto c’è un uomo sano, con i cinque organi in perfette condizioni e adatti al trapianto ». L’unanimità di giudizio è stata quasi totale: il 97% degli intervistati ha risposto che non sarebbe stato morale uccidere l’uomo per salvare gli altri cinque. Non vi è stata differenza di giudizio fra credenti ed atei, fra bianchi e neri, fra americani e asiatici: le risposte non hanno fatto altro che confermare l’idea che non vi è bisogno di alcun dio per conoscere il bene o il male. Anche Hauser, come Lecaldano, interpreta queste esperienze come prova dell’esistenza di una “grammatica morale universale”, e identifica alcuni princìpi morali universali, come la differenza tra intenzionalità e accidentalità e la maggiore gravità, a parità di conseguenze, di un’azione rispetto ad una omissione. La conclusione cui giunge è quindi che l’etica, riprendendo il vecchio Kant, è dentro di noi, frutto di migliaia di anni di esperienza, di convivenza e di condivisione.


di Luigi Mazza (filosofo delle religioni)

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