La posizione del filosofo tedesco in ambito
religioso è chiara e devastante nella sua semplicità:
l’essere umano non ha bisogno, per
regolarsi nella sua vita morale, di alcun dio; la
legge morale è una produzione umana e non
dipende da alcuna legge divina; la religione
non è che una conseguenza dell’esistenza
della legge morale e della libera volontà
umana, in quanto, essendo l’uomo un essere
imperfetto e limitato, trova nella religione un
aiuto all’affermazione della legge morale. Una
posizione, quindi, che rivoluziona il modo di
pensare occidentale, fortemente influenzato
dalla tradizione giudaico-cristiana, e che rivela
la forza incredibile della razionalità, della
libertà, dell’uomo in quanto essere unico ed
irripetibile.
Le parole di Kant squarciano il velo dell’ipocrisia
religiosa, dell’accettazione passiva, del
dogmatismo; esse irradiano pura ragione,
sono la luce che illumina l’umanità e la libera
dalle catene di platonica memoria: «La morale,
in quanto basata sul concetto dell’uomo,
come essere libero, ma che appunto per questo,
sottopone se stesso, mediante la propria
ragione, a leggi incondizionate, non ha bisogno
né dell’idea di un altro essere superiore
all’uomo per conoscere il proprio dovere, né
di un altro movente oltre la legge stessa per
adempierlo. È almeno per sua propria colpa
che l’uomo trova in sé un bisogno simile, perché
quello che non ha origine da lui stesso e
dalla sua libertà non può mai surrogare quello
che gli manca di moralità. Essa dunque per
se stessa non ha assolutamente bisogno di
appoggiarsi sulla religione; ma, in virtù della
ragione pura pratica, essa basta a se stessa».
L’uomo, quindi, senza bisogno di alcuna rivelazione
divina, sa già cos’è il bene e cos’è il
male, e sa altresì che è un suo obbligo fare il
bene e rifiutare il male senza che quest’obbligo
prenda le mosse da una morale religiosa.
La legge morale trae vita dalla libertà umana,
ed essere liberi significa possibilità di fare il
bene ma anche di fare il male. Vi è dunque
una duplice natura nell’uomo: una natura
buona, che è vista da Kant come una disposizione
alla sopravvivenza della specie, alla
convivenza pacifica, al senso di responsabilità
morale; ed una natura cattiva, che si manifesta
come tendenza al male e a disobbedire alla
legge morale. Le due nature sono presenti in
ogni essere umano, sono i retaggi della nostra
storia, sono l’essenza della nostra specie.
Questa natura bifronte potrebbe portarci a
pensare che l’uomo non ha colpe per la sua
tendenza al male, ma così non è, perché ogni
uomo è responsabile delle proprie azioni, e la
tendenza al male, anche se non può essere
estirpata, può essere controllata con una condotta
di vita saggia e virtuosa.
La libertà torna quindi con tutto il suo potere,
perché è l’uomo a decidere la condotta
della sua vita, è l’uomo a decidere quale delle
due nature far prevalere, è l’uomo a scegliere
la via del bene o la via del male. Kant dice
chiaramente che nessun essere umano può
essere santo, nessun essere umano può infatti
rimuovere da sé la tendenza al male; e non c’è
bisogno di alcun esempio per osteggiare questa
tendenza, perché l’uomo sa cos’è il bene e
cos’è il male. La legge morale non viene da
una rivelazione divina, è sufficiente che ogni
uomo guardi dentro di sé e lì la troverà.
Perché dio è incompatibile con l’etica
Duecento anni dopo la riflessione kantiana un
altro filosofo pone l’accento sul rapporto tra
morale e religione, con una veemenza ed
un’aggressività certamente maggiori di quelle
del filosofo di Königsberg, ma partendo da un
punto comune incontrovertibile: l’etica è
esclusivamente ed irrimediabilmente una fondazione
umana, e come tale va affrontata con
la sola arma della ragione, prescindendo da
ogni apporto religioso. Secondo Lecaldano
dio non è compatibile con l’etica perché tenta
di sottrarre all’uomo il diritto/dovere di creare
e far crescere un’etica che sia realmente
frutto della sensibilità umana. Per il filosofo
italiano l’etica è la scelta primaria di ogni
essere cosciente e sociale. È l’etica che indica
la via dell’esistenza, è l’etica che permette
all’uomo di scegliere fra ciò che è bene e ciò
che è male, e la responsabilità di questa scelta
non può essere delegata a nessun altro, nemmeno
ad un dio.
Se l’uomo accoglie un’etica religiosa distrugge
la libertà di cui è depositario, annienta la
razionalità, delega ad altri quella scelta che
dovrebbe essere personale ed unica: «non
solo non è vero che senza Dio non può darsi
l’etica, ma anzi è solo mettendo da parte Dio
che si può veramente avere una vita morale;
un’etica che trova il suo fondamento in un
Dio inteso come causa prima o Autore della
Natura non può essere universale perché
escluderebbe gli atei, mentre è evidente che
se l’etica deve essere una risposta alla comune
umanità di tutti noi non deve escludere
nessuno». L’etica religiosa non è un’etica
autentica perché è retributiva, perché prescrive
di fare il bene in vista di un premio.
Per il non credente, invece, il premio per la
sua condotta morale consiste nella consapevolezza
di aver fatto ciò che è bene, ciò che
è giusto.
Se accettiamo l’idea di un’etica religiosa,
accettiamo l’idea di un insieme di precetti
emanati da un’autorità, ma in questo modo
togliamo valore etico alle norme morali e
riduciamo il comportamento etico di ogni
uomo alla pura obbedienza ad un comando.
Un’etica, quella religiosa, che quindi si nutre
di passività, di mancanza di contraddittorio,
di assenza di libertà interpretativa. Lecaldano
risponde con forza e fermezza a chi pretende
di violare il carattere universale dell’etica, a
chi vuole con decisione legare l’etica ad un
dio; la contraddizione di questo atteggiamento
è lampante, perché un’etica religiosa si
rivolge solo ad una parte dell’umanità,
lasciando non credenti, agnostici, atei, animisti
e credenti di altre religioni fuori dalla
“retta” via: «i restanti saranno biasimati,
emarginati, perseguitati o, nel caso migliore,
costantemente sollecitati ad abbandonare la
loro visione del mondo».
Egli, contrastando l’assunto che la moralità
derivi dalla religiosità, individua i princìpi
base di un’etica razionalista ed universale,
che ha come caratteri principali: la solidarietà
e l’empatia, che spingono gli esseri umani
a sentirsi partecipi della gioia e della sofferenza
dei loro simili. Il profondo senso di
giustizia, che fa sentire un’offesa fatta ad un
altro uomo come un’offesa fatta all’intera
umanità. L’esaltazione della libertà, a cui si
può imporre un limite solo per salvaguardare
i diritti di altri individui o gli interessi
comunitari della società. L’assoluta uguaglianza
degli uomini di fronte alle leggi. La
ragione come faro che illumina il percorso
dell’umanità. La condivisione degli obiettivi,
il confronto delle idee, l’adattamento alla
realtà geografica, storica, culturale. Tutto
questo descrive un’etica universale, un’etica
non dogmatica, un’etica che possa far sentire
ogni uomo cittadino del mondo e non
suddito di un dio o di suoi eventuali interpreti:
«L’etica deve camminare solo sulle proprie
gambe. Un’etica senza Dio non pretenderà
mai di imporre con qualsiasi mezzo una
pretesa verità morale a coloro che non la
ritengono tale».
Un dilemma etico
Il problema della possibilità di un discorso
etico non religioso che tanto ha appassionato
l’intellighenzia nell’ultimo secolo e che ha
avuto come spinta i continui rimandi della
curia romana alla “necessità” di seguire l’etica
di dio, è ormai capovolto; la domanda non è
tanto se sia possibile un’etica senza dio, ma
come sia possibile ammettere un’etica religiosa.
Che l’etica sia una produzione umana è
innegabile: l’etica nasce con l’uomo, cresce e
muore con l’uomo, è la sua inseparabile compagna,
non vi è etica senza umanità. A corroborare
questa tesi vi è l’esperienza del biologo
e psicologo Marc Hauser, docente all’università
di Harvard, che ha proposto una serie di
esperimenti per dimostrare l’esistenza di
un’etica universale che va al di là di ogni convinzione,
laica o religiosa.
In Moral Minds: How Nature Designed our
Universal Sense of Right and Wrong il biologo
americano riporta il risultato di un esperimento
effettuato su uomini di nazionalità,
cultura e religioni diverse, a cui ha sottoposto
un dilemma etico: «in un ospedale stanno
morendo cinque pazienti per una grave
patologia di cinque distinti organi. Ognuno
di loro verrebbe salvato se si trovasse un
donatore per quell’organo, ma non ci sono
volontari. Il chirurgo si accorge che in sala
d’aspetto c’è un uomo sano, con i cinque
organi in perfette condizioni e adatti al trapianto
». L’unanimità di giudizio è stata quasi
totale: il 97% degli intervistati ha risposto
che non sarebbe stato morale uccidere l’uomo
per salvare gli altri cinque. Non vi è stata
differenza di giudizio fra credenti ed atei, fra
bianchi e neri, fra americani e asiatici: le
risposte non hanno fatto altro che confermare
l’idea che non vi è bisogno di alcun dio
per conoscere il bene o il male.
Anche Hauser, come Lecaldano, interpreta
queste esperienze come prova dell’esistenza
di una “grammatica morale universale”, e
identifica alcuni princìpi morali universali,
come la differenza tra intenzionalità e accidentalità
e la maggiore gravità, a parità di
conseguenze, di un’azione rispetto ad una
omissione. La conclusione cui giunge è
quindi che l’etica, riprendendo il vecchio
Kant, è dentro di noi, frutto di migliaia di
anni di esperienza, di convivenza e di condivisione.
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