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Materialismo e spiritualismo nelle religioni

Tipi di religione.

Per quanto non ci sia religione che non rivendichi consistenza spirituale al proprio divino, nel senso di immaterialità, da un punto di vista gnoseologico a leggere attentamente i vari testi sacri e le dottrine che ne derivano si costata un discrimine netto. Vi è il monoteismo che include fini materiali, sociologici e politici, vi è l’ascetismo orientale che richiede invece la rinuncia ad essi, considerati corruttivi della liberazione dalla materia. È ben vero che nella dialettica religiosa nel corso del tempo appaiono o scompaiono, si radicano o sfumano, tendenze secondarie che si oppongono alle linee dottrinarie principali; resta il fatto che è possibile suddividere le dottrine religiose in tre gruppi. 1°, religioni dove il divino crea la materia, la ordina, ne dispone e fonda un potere religioso su base umana; 2°, religioni dove il divino prescinde dalla materia; 3°, religioni che in qualche modo identificano il divino con la natura. Siccome in tutti e tre i tipi il divino è intelligenza assoluta, ciò che li distingue è l’attributo della potenza infinita, assiomatico nel 1° tipo, assente nel 2° e nel 3°.

Creazione.

Si tratta ora di interpretare correttamente il concetto di potenza infinita o onnipotenza. L’espressione indica una capacità creativa e trasformativa che si traduce in un “fare” come attuazione fenomenica di un sapere/ potere. Ma, l’esito del “fare”, il “fatto”, si qualifica come costituito di materia, non di spirito, essendo l’universo materia e materia vegetali ed animali. Anche spermatozoi e uova sono materia; di anima spirituale non c’è traccia, c’è solo soffio vivificante “alla greca”. Il fatto di creare materia e affidare alla materia stessa il compito di riprodursi significa che essa è “propria” di dio e non estranea ad esso. Il dio della Bibbia vorrebbe essere spirito, ma include la materia come “sua” espressione. Vedendo poi nel cristianesimo la materia come il regno dal male, si dimentica che il male stesso (l’angelo ribelle) è creatura di dio e ne dipende quale selettore della fede umana. Se Dio ha creato la materia, e già il paradiso terrestre era materia, ciò significa che essa deve inerirlo. Il fatto stesso che nell’escatologia monoteista l’assunzione in paradiso implichi il recupero del corpo, significa che la beatitudine divina vede l’anima del beato unita ad una materia. Dunque, siccome il paradiso deve contenere corpi, esso ha caratteri di materialità.

Monoteismi materialistici.

Su tale punto nasce il discrimine tra i monoteismi e i panenteismi. Ricordo che panteismo significa dio-nel-tutto e panenteismo tutto-in-dio; nel primo caso dio è nel mondo, nel secondo caso il mondo va a dio e l’uomo ha il compito di condurcelo (o riportarcelo). Perciò il panteismo stoico è materialistico mentre il panenteismo di Plotino è spiritualistico e anche quello di Spinoza (nell’Etica: dio = pensiero). Anche ad una superficiale lettura del testo-chiave dei monoteismi, il Pentateuco, ci si accorge subito che le tre principali categorie dell’agire divino sono: a) comandi e b) investiture, a cui l’uomo risponde con l’ubbidienza, controparte attiva dell’investituraelezione. L’adempimento ai comandi concerne: 1°, movimenti spaziali (trasferimenti e connessi, raggiungimento di luoghi, costruzione d’altari, sacrifici, ecc.). Il 2° tipo di adempimenti consta nella conquista e nell’assoggettamento degli adoratori di dèi-falsi. Gli eletti “devono” dunque dominare il mondo materiale e gestirlo in nome del dio-vero, impegnandosi ad assoggettare i credenti negli dèi-falsi sino alla vittoria finale. Vittoria che dio stesso favorirà con operazioni di tipo “materiale” (aprire un varco nel mare, fermare il sole, ecc.). Dominio sul mondo innome- di-dio: questa l’alleanza divino-umano.

Panenteismi spiritualistici.

Tra le religioni del 2° tipo possiamo citare il Vedànta indiano, nei termini posti da Gaudapàda e poi da Shankara nell’VIII sec. Il vedàntismo vede il divino come spirito assoluto avente in sé fusi il Brahman vedico (principio cosmico) e l’Àtman upanishadico (anima del mondo). La materia non esiste e solo appare ad opera della Maya, l’illusione ingannatrice. Essa fa apparire il mondo materiale da cui il fedele deve liberarsi. Nel janinismo l’obbiettivo ascetico è raggiunto mortificando le proprie esigenze materiali, sicché il digiuno e la castità sono mezzi consigliati, ma soprattutto va praticata la non-violenza (l’ahimsà) e il rispetto della vita in ogni sua forma. Anche nel buddhismo la liberazione dalla materia è il fine primario, riconoscere l’illusione mondana, mortificare il proprio io e annullarlo, significa smaterializzarsi e conseguire l’illuminazione per arrivare al nirvana.

Natura-Spirito.

Religione del 3° tipo è il Taoismo, che vede in una natura spiritualizzata, il Dao, una realtà primaria increata che ritorna sempre a se stessa, ma che presenta una dualizzazione tra i principi maschile (Yang) e femminile (Yin) per unione dei quali deriva la moltitudine dei suoi aspetti differenziati costituenti la natura. Tutta questa differenziazione però ritorna ciclicamente nell’unità primaria del Dao in attesa della prossima differenziazione. Siccome il dao come forza cosmica originaria e la natura come sua espressione sono armonia, il fine del fedele è sintonizzarsi con tale armonia e viverla in sé. Per conseguire ciò è fondamentale praticare il wu-wei, l’astensione dal danneggiare in alcun modo tale armonia cosmica, rispettandone ogni suo minimo aspetto. In termini etici, praticare il wu-wei significa integrarsi con la natura, stare lontani da ogni forma di potere politico, praticare la modestia, la mitezza, l’altruismo e la tolleranza.

Il potere.

Per quanto scarni, dagli elementi visti ciò che emerge è la violenza insita nel messaggio biblico, che concede all’uomo il dominio sul mondo e la sua gestione a piacere (Genesi, I, 26-30). Non basta, dio “ordina” agli eletti di assoggettare e sterminare i nemici che credono in falsi-dèi (Deuteronomio, 20, 10-18). Il principio politico che il fine (il trionfo della volontà divina) giustifica i mezzi (la violenza) ha caratterizzato dal più al meno i monoteismi. In definitiva la volontà divina affida al fedele il potere di imporre la sua volontà non sulle anime, bensì sui corpi. In tutto il Pentateuco (opera di Mosè?) non c’è traccia del concetto di anima spirituale ma tutto è corpo, assoggettamento di corpi, sacrificio di corpi, utilizzazione di ogni elemento materiale in nome del crescete e moltiplicatevi per dominare il mondo. Un’incitazione alla violenza sul mondo che è prodromica al suo sfruttamento al limite della distruzione. Nulla di tutto questo negli spiritualismi panenteistici orientali. Con ciò non intendo affatto sostenere che il monoteismo sia sempre materialista e violento, intendo dire che esso è costitutivamente materialista e violento.

Materialismo e rozzezza.

Se noi leggiamo prima la Bibbia e poi andiamo a leggere le Upanishad già noteremo un abisso nel modo in cui sono visti il mondo e l’uomo. In esse non c’è nessuna divinità che comandi azioni di sopraffazione per conseguire dominio sui corpi, ma esclusivamente ascesi personale verso il divino annullando il proprio corpo. Se poi si passa al Tao-Te- Ching ci si troverà di fronte a un libro sacro pervaso di spiritualità e di principi etici opposti a quelli biblici. In questi si dà potere e si giustifica la violenza, nel Tao-Te-Ching si esalta la mitezza e il rispetto di una natura divina e perfetta, quindi da non violare. Vi è poi l’aspetto narrativo; anche gli spiritualismi panenteistici “narrano” ma in termini differenti. Non la storia di una creazione e l’investitura dell’uomo come re del creato, ma un farsi dell’armonia cosmica, dove il male sta nella violenza su di essa mentre per i monoteismi il male sta nel far peccato. La narrazione biblica è scansione temporale di fatti materiali: la creazione in sei giorni, la donna fatta con un pezzo dell’uomo, la mela e il serpente, la cacciata. Tutta la narrazione biblica è fatta di rozzezze materialistiche, mentre la letteratura dei panenteismi orientali implica la liberazione dalla materia e l’ascesa allo spirito.


di Carlo Tamagnone (filosofo)

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