Il Vaticano e il vago discrimine tra dio e mammona

«Non potete servire a Dio e a Mammona», si legge in Mt 6,24 e in Lc 16,13. Queste le intenzioni di Yehoshua ben Yosef – più comunemente conosciuto come Gesù di Nazareth – stando a quanto ci dicono i vangeli canonici. La contaminazione con il “vil denaro” dovrebbe, quindi, nelle intenzioni di quella che per i cattolici è la seconda persona della Ss. Trinità, essere evitata il più possibile, come non consona alle ragioni dello spirito. «A Cesare quel che è di Cesare», ossia denaro-beni-ricchezze, e «a Dio quel che è di Dio», cioè l’attenzione a tutte le nobili realtà immateriali.
Ma così non è mai stato. Lo sapeva bene Dante che, nella Monarchia, aveva preso posizione contro la presunta donazione di Costantino, che garantiva, nel Medioevo, il diritto papale ai beni secolari. E lo sapeva anche Lorenzo Valla che, con acume filologico, di quella donazione dimostrò inequivocabilmente la falsità, nel 1440.
Chissà che cosa penserebbe quel Gesù che scacciò con forza i mercanti dal tempio dell’enorme giro di denaro che passa ogni anno per le mani di Santa Romana Chiesa, di cui si è detto anche nella precedente puntata di Numeri, che viene testimoniato, tra l’altro, dal bilancio che viene pubblicato annualmente dalla Santa Sede. In questi duri anni di diffusa crisi economica, nei quali il disavanzo aumenta vertiginosamente persino negli stati guida dell’economia mondiale, il Vaticano ha chiuso l’anno 2010 con il bilancio in attivo, che ne testimonia il perfetto stato di salute, parlando in termini economici. Il benessere della Santa Sede si evince anche dal netto aumento dei dipendenti statali, che è un curioso contraltare della disoccupazione causata dalla crisi economica, che è oramai un problema mondiale.
Tra le più sostanziose entrate del Vaticano vi sono gli utili prodotti dai Musei Vaticani, che restano, come si può vedere dai dati raccolti sito www.trivago.com, i musei più visitati nel territorio italiano, con ben 4 milioni e mezzo di visitatori l’anno.
Proprio quest’ultimo dato mi suggerisce una proposta che auspicherei non rimanesse solo una provocazione. Se è vero che oggetto principale della cura del pontefice sono le anime dei peccatori e dal momento che il denaro è materia immonda, perché non cogliere al volo l’occasione di liberarsi dai vincoli terreni per poi librarsi «alla superna altezza»? Partiamo pure dai Musei Vaticani e dai loro tesori inestimabili: si potrebbero donare all’Italia, che si arricchirebbe di una meravigliosa risorsa culturale e degli introiti che annualmente essa frutta, a tutto vantaggio del disastrato bilancio nazionale. Poi potrebbe venire la graduale rinuncia a tutto ciò «che è di Cesare», dietro l’assicurazione che nessuno si opporrà alla gestione papale di «ciò che è di Dio». In questa prospettiva, all’interno di uno stato laico, il singolo credo religioso dovrebbe sostenersi solo con le libere donazioni dei propri adepti (guarda caso l’unica voce del bilancio vaticano in calo), destinando a scopo filantropico eventuali eccedenze, perché sia chiaro che il fine ultimo non è l’utile monetario, ma l’edificazione morale.
Già. Peccato che, a quanto pare, la filosofia utopistica si sia da tempo esaurita.


IL BILANCIO DEL VATICANO: I CONTI DEL CONSUNTIVO 2010
(FONTE: ANSA-CENTIMETRI)
ENTRATE 245.195.561 €
USCITE 235.347.437 €
AVANZO DI ESERCIZIO + 9.848.124
SALDO GOVERNATORATO DELLA CITTA’ DEL VATICANO + 21.043.000 €



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