Scambio di opinioni


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Solidarietà e sensibilità

Parlando di etica, usate spesso l’aggettivo “solidaristica” che a me piace e condivido. L’etica, lei mi insegna, fonda molto sulla sensibilità o anche “empatia” E allora, senza entrare in politica ma restando nell’etica dettata dai sentimenti verso l’altro, in un momento molto difficile economicamente per tante famiglie italiane, televisioni e giornali hanno riportato questa frase detta con vanto in pubblico dal nostro capo del governo: «Mi vogliono mandare a casa? Mi pongono il problema di scegliere quale casa, perché io ne ho venti». E sapendo di quali fastose ville tracolme di costosa servitù si tratti conoscendo il personaggio, mi chiedo e vi chiedo con quale spirito, animo o faccia il capo di un popolo che soffre se ne può uscire in questo momento con questa espressione così narcisistica, cinica nonché “solidaristicamente” squallida. Voi che esaltate l’etica solidaristica come lo commentereste?
Pucci Vinci


Esattamente come l’ha commentata lei

Il do ut des delle missioni

Colgo l’occasione per dire che ho veramente apprezzato l’editoriale “Missione” su Non- Credo. Sono un medico appena tornato da un lungo periodo di lavoro all’estero ed ho deciso che mai, mai più andrò a collaborare con istituzioni religiose cattoliche. Ho sempre cercato di evitare di lavorare in ambienti religiosi, ma pensavo che magari i “missionari” di oggi mettessero in primo piano l’amore del prossimo… ebbene, in una struttura dove ho lavorato e che offriva alloggio e scuola alle ragazze dei villaggi vicini, ho scoperto dopo poco che l’indottrinamento era continuo e ossessivo; a volte per penitenza le ragazze dovevano mangiare in ginocchio, con il piatto in mano! Nell’editoriale citato si è giustamente sottolineato che quella dei religiosi è una falsa filantropia; il pagamento avviene nella moneta sonante della conversione alla loro ideologia.
Gianni Simonati


La cosa non sorprende, ma se è arrivata a indignare lei che è un medico deve trattarsi di episodi assai spiacevoli. Parlano di amore per il prossimo, ma il più delle volte è amore per se stessi, per l’ideologia e per l’espansione dell’istituzione. Peccato che a farne le spese, che se ne accorgano o no, è della povera gente che si fida e si affida con speranza.

Privacy

Inviarmi un messaggio su NONCREDO è violazione di privacy. Chi vi ha autorizzato ad inviare un messaggio sulla vostra rivista? Il Signore nostro DIO è uno solo: quello cristiano. Signore perdonali perchè non sanno quello che fanno.
Paolo Martucci


E’ esperienza comune che tutti riceviamo per posta, per mail, ora anche per telefono, tanta pubblicità, e visto che lei invoca la sua divinità, cosa dire di tutte le decine di messaggi o rivistine con ccp ben in vista che chiedono sempre SOLDI (NonCredo non lo ha mai fatto) inviati da monasteri, diocesi, parrocchie, santuari, enti francescani, sedicenti missionari ed ecclesiastici che noi italiani riceviamo, che non abbiamo mai richiesto, di cui non ce ne interessa niente, e che ci riempiono le cassette postali: non è altrettanto una violazione di privacy? Certo che lo è, e ce la teniamo, cestinandole in silenzio, con quello spirito di tolleranza che è il sale della democrazia e della convivenza, mentre è infantile la visione catechistica di tirare in ballo in questa circostanza un vostro dio col quale l’hanno condizionato fin da bambino come i cani di Pavlov. Si svegli, se ce la fa, e viva la realtà senza nevrosi, ami gli altri, sia etico, morale, spirituale, sereno, tollerante prescinda dal suo ego, accetti di non pretendere di essere l’ombelico del mondo e vedrà che quel “dio” ritornerà da solo nel libro delle fate con biancaneve, pinocchio e peter pan, mentre il mondo e la vita continueranno ugualmente a esistere e funzionare come sempre, senza l’ausilio del suo feticcio e di altri similari.

Miracoli e leggi fisiche

Mi è capitata per le mani la rivista NonCredo, il fascicolo n.10 , nel cui articolo di apertura si irride al concetto ed all’evento di “miracolo”, chiamandolo anche monstrum, portento e prodigio, esemplificandoli con il sangue di S. Gennaro a Napoli e addirittura con il miracolo della Resurrezione di Nostro Signore. A me sembra un discorso empio che nega non soltanto l’esistenza di Dio ma ancor più il Suo amore e interesse per noi che Lo portano ad intervenire con tutta la Sua bontà negli umili eventi umani. Mi auguro che un giorno siate capaci di aprire cuore e mente alla bellezza del miracolo come reale prova dell’amore di Dio.
Renato Carapezza


E’ una questione di punti di vista. Il “miracolo” esprime credulità, speranza e ignoranza contro ogni evidenza della realtà, che invece ci mostra con evidenza sia le cose possibili, poco o tanto, sia quelle impossibili. Queste ultime sarebbero i miracoli se ipotizzate vere. Lei ci crede e la affascina, noi no. Un evento può essere improbabile, anche altamente improbabile, ma se avviene, non c’è dio (il suo o gli altri) che tenga, vuol dire che NON è “impossibile”. Vuol dire che, a parità di condizioni, è fisicamente, meccanicisticamente, matematicamente, scientificamente possibile, e quindi ricostruibile, ripetibile, studiabile per quanto raro o rarissimo esso possa essere.

Realtà e speranza nelle religioni

Sono un abbonato a NonCredo e quindi vi leggo con continuità e condivisione, mi proclamo un “noncredente”, così come lo scrivete voi, senza altri attributi o metafisiche, ma desidero porre un quesito. Anche leggendo le lettere di molti altri vostri lettori mi sono rinforzato nell’opinione che se è vero che non credere ci lascia più autonomi e responsabili, è anche vero che ci toglie quella via di fuga che hanno i credenti e che si chiama “speranza”. Quale delle due strade conti di più per me, ovviamente è la prima, però non soltanto non sottovaluto la seconda ma anzi la considero la vera piattaforma su cui poggiano e si reggono tutte le religioni. Caro direttore, lei avrà certamente una sua risposta al mio quesito e, se non chiedo troppo, vorrei conoscerla e misurarmici.
Fabio Righini


Grazie per la sua lettera e per il garbo che la impronta. Sulla speranza lei ha ovviamente ragione proprio come “via di fuga”, come lei la chiama, ma purtroppo si tratta di una fuga da se stessi e dalla realtà, come un placebo, una droga, uno psicofarmaco. La speranza, al di là del valore psicologico che le si attribuisce nella stocastica e nel calcolo delle probabilità, è soltanto un mero pensiero visionario, una personalissima costruzione velleitaria senza alcun fondamento, lapalissiana quanto ovvia come dire che sarà sempre meglio vincere una lotteria che avere il cancro. Il suo sottofondo umano lo espresse già Spinoza dicendo «Non c’è speranza senza timore, né timore senza speranza», ove il timore riguarda una mera, soggettiva propensione affinché un dato evento avvenga oppure non avvenga, ma come i sogni, le sbornie o i deliri è totalmente fuori da qualsiasi realtà, quella cioè che fa capo al “qui e ora”. Ha un senso affidarcisi come avviene nelle religioni? E a quanto di reale si rinuncia in cambio di questo quid surreale? Se poi psicologicamente aiuta, per carità, si faccia pure ciò che si pensa che possa giovare, basta però non ignorare di che pasta è fatto. Questo è il compito del razionalismo, cioè riportare le cose e i concetti al livello normale. Ciò mi fa ricordare una famosa frase di Freud quando disse che la psicoanalisi serve per curare il disagio umano trasformando la sofferenza nevrotica in sofferenza normale. Dove “normale”, in entrambi i casi, vuol dire realtà.

Cultura e non “fede”

Nel vostro sito voi chiedete quale sia il rapporto del lettore con la fede (non credente, ateo, agnostico, devoto, altro): libero, mi vien da dire, non coinvolto. Non detengo sentimenti religiosi e soffro della inevitabile “ragnatela” (anche interiore) in cui mio malgrado sono inevitabilmente invischiato per il semplice fatto di essere nato e cresciuto in una cultura impregnata – come tutte le culture, penso – di religione; nel mio caso: cattolica. Ho frequentato ambiti Buddhisti in anni passati (Thanavaro Bikku, Corrado Pensa e Tae Hye Sunim, a cui mi sento sempre vicino). Sento il Buddhismo come una Cultura piuttosto che una “fede”. Ho trovato nel Teatro, da pochi anni, la forma di pensiero che più mi è consona, anche dal punto di vista spirituale (dove per me “spirituale” è termine che sintetizza: accettazione, umanità attiva, tolleranza, disincanto, impegno, presenza mentale; inoltre: gioia, semplicità, rispetto e tanta autoironia). Buddhismo – le tracce di questo depositate in me – Teatro e Psicologia Cognitiva sono punti cardinali interiori per me di riferimento.
Fondamentalmente rimango un frequente peccatore, a volte inconsapevole e, per la ragnatela di cui sopra, impantanato in qualche senso di colpa.
Angelo Caivano


Vede che sforzi immani è necessario mettere in atto (e pochi ne sono capaci) per cercare di superare il condizionamento (familiare, scolastico, sociale, culturale) che con violenza subliminale ma ininterrotta ci viene iniettato nella psiche dalle religioni e dai loro riti fin dalla nascita (battesimo, circoncisione ecc.)? Lei ha avuto la forza e la determinazione per cercare di liberarsi dall’“imprinting” cattolico, di ricorrere a tre stupende terapie di consapevolezza e indagine interiore quali il Buddhismo, il teatro e la psicologia cognitiva, eppure questi antidoti non riescono a liberarla del tutto dall’intossicamento religioso, come dimostrano i sensi di colpa che lei ammette, connessi ai concetti catechistici di “peccati” introiettati attraverso il suo non completamente rimosso cattolicesimo. Comunque auguri e complimenti: è su un’ottima strada.

Dio vuol dire “essere”

Il grande teologo dell’Islam al-Ash’ari (873 – 935), come si legge a pag. 47 di NONCREDO, ha compilato un minuzioso elenco di tutto ciò che dio non è. Esso non trova corrispondenza in nessuno degli infiniti concetti o delle infinite immagini che gli uomini si son fatti di dio nel corso dei millenni. Condivido appieno. Ha però omesso di precisarci cos’è dio. Glielo dico io: dio è l’impossibilità di non essere; è un imperativo: essere. L’essere è regolato da una legge suprema e inviolabile: evolvere. L’essere prescinde da un creatore perché, come ebbe a dire Feuerbach, senza essere sarebbe il nulla che, invece, è assurdo e repellente a sé stesso.
Guido Giglio


Ci può stare, amico lettore, ci può stare.

Non c’è posto per l’astio

Temo che il carattere di NonCredo sia spesso astioso nei confronti della chiesa, negando i molti meriti anche sociali che la chiesa stessa ha fornito nel corso del tempo. Ad esempio, salvò i testi della cultura pagana e assicurò la sopravvivenza alla povera gente del medioevo, in un periodo, cioè, nel quale mancava un potere centrale. Persino Carlo Magno non fu in grado di provvedere, se non in minima parte. Insomma, la chiesa fece molto di più, attraverso i monasteri. Ora, demonizzarla completamente, mi sembra un esercizio un po’ gratuito, dotato di non poca presunzione: che ha fatto e che fa il mondo laico da un punto di vista morale?
Letizia Domiziani


Se lei ha percepito “astio” nelle parole mie o di NonCredo me ne scuso: non conosco e non coltivo questo sentimento, il buddhismo fortunatamente mi ha introiettato il senso del distacco senza concessioni surrettizie all’Ego, però questo non ha nulla a che vedere con il vivere e perseguire degli Ideali. E questo vale sia per me che per NonCredo

Nascere o non nascere?

Nascere o non nascere? Io credo che se la coscienza precedesse la nascita e le fosse data la possibilità di scelta, opterebbe per la non nascita. Tanto nella morte, salvo la brevissima parentesi di vita, abbiamo “vissuto” e continueremo a “vivere” per tutta l’eternità. Perché raccattare un misero penny onusto di dolori e patimenti più che gioia e serenità?
Guido Giglio


Concetto intrigante: non ci avevo mai pensato, ma per ora ci tocca vivere.

I noncredenti sono soli?

Sotto il profilo antropologico credere a un principio-origine-causa “comune a tutti” i componenti di un gruppo sociale ha determinato le prime aggregazioni umane creando la socializzazione attraverso la comune appartenenza a una “identità di gruppo”. Per altro verso tutte le guerre più sanguinose e i genocidi della storia antica sono nati da tale identità, la si chiami tribù, etnia o patria. Constatato storicamente che non sono mai esistite società arcaiche atee (era un favola messa in giro dai marxisti dell’800 e del primo ‘900) la domanda resta: perché è stato storicamente possibile aggregare gli uomini sotto una “credenza” e mai sotto una “noncredenza”? Una risposta immediata è che è accertato che una credenza comune “lega” gli uomini tra loro e la noncredenza no.
Io penso che ci sia però anche una ragione evolutiva: la credenza fa sperare ed unisce in un “noi” l’individuo isolato di fronte a un mondo ostile, la noncredenza ti lascia solo. Forse noi siamo un insieme di persone su base che potremmo chiamare “spirituale”, legato dalla stima e dall’affetto personale, ma di fronte alla maggioranza e al mondo siamo dei “soli”. Siamo difficili da aggregare su una base intellettuale comune poiché ognuno di noi ha una sua Weltanschauung (visione-concezione del mondo). Ci vuole pazienza, costanza e determinazione, lavorando intellettualmente, ma sapendo anche aspettare che maturi una società diversa (gli scandinavi ne sono l’avanguardia). Solo ad un certo livello intellettuale la noncredenza può assumere una forma filosofica capace di “aggregare”, ma secondo me questa nuova visione filosofica è ancora troppo incerta (o è vissuta nell’incertezza), oppure è prematura (almeno in Italia), oppure è semplicemente ignorata. Ciò però deve esserci di stimolo per creare un futuro di legittimazione della noncredenza per i nostri discendenti.
Eugenio del Buono


Contrariamente a ciò che ritengono i credenti, essere noncredente è una posizione culturalmente elitaria, informata, colta e ricca di ricerca, dubbi e indagine, insomma apicale nella piramide socio-culturale di qualsiasi società. Allo stato attuale non possono fare massa, non hanno un collante identitario poiché le motivazioni alla noncredenza sono individuali, non emotive, non reattive e non autoconsolatorie. Il noncrdente a mio avviso non è un “solo”, ma certamente è un “singolo”. Conforta però riscontrare che la percentuale di noncredenti è funzione almeno lineare dell’indice di acculturamento di una società.

Le “Invenzioni” di Gesù secondo certo clero

penso che converrà che il linguaggio è determinante per la rappresentazione agli altri del nostro pensiero. Sono rimasto molto sconcertato sotto Pasqua quando ho ricevuto una mail circolare da parte di un prete cattolico che dice testualmente: “E’ Giovedì Santo, Giorno di Gesù che inventa l’Eucaristia e i sacerdoti”. Il concilio Vaticano II ci ha abituato a tante revisioni teologiche, liturgiche, catechistiche, ma non avrei mai pensato, e sono cattolico, che si sarebbe parlato di Gesù come si parla di grandi “inventori” come Meucci, Franklin, Edison o Marconi. Il suo parere?
Renato Bonavita


Guardi, per me Gesù di Nazareth è stato un personaggio molto grande nella Storia dell’umanità. Poi, però, se ha fatto anche delle “invenzioni”, e se gli competono le relative royalties, potremo sempre andare ad accertarlo agli Uffici Brevetti di Gerusalemme, Nazareth e Bethlemme, dove forse è già passato l’informato prete che le ha scritto.

Il sito e l’etica

Buongiorno, ho esplorato il vostro sito in cui si respira una atmosfera di libertà rara. Sono non credente da sempre nonostante un’educazione familiare cattolica impegnata ed ho sempre vissuto questa mia realtà in modo individuale con non poche frustrazioni. La vostra presenza mi ha fatto sentire improvvisamente meno sola soprattutto dal punto di vista “intellettuale” ed etico.
Maria Teresa Monteverde


Il sito esprime quel che abbiamo dentro e i nostri ideali: siamo felici nel sentirla a noi vicina.

NonCredo per i nonvedenti

Ho visitato il vostro sito e sono molto contenta che ci sia qualcos’altro in rete oltre alle solite cose: complimenti. Io però sono cieca da qualche anno e sono costretta a navigare, leggere e scrivere con una sintesi vocale e uno screen reader (programma che converte in audio tutto il testo contenuto nella pagina web) e il vostro sito non risulta il massimo dell’accessibilità: potreste provvedere? Noi utenti disabili visivi siamo tanti, mai considerati in quel settore che ci appassiona e ci tiene legati alla realtà: la lettura. Il braille non lo conosciamo tutti e una rivista elettronica come la vostra, che apprezzo immensamente e che ci arricchisce, sarebbe molto importante averla accessibile in tutto e per tutti, navigazione compresa. Certa che prenderà in considerazione le linee guida per l’accessibilità nel web e quanto Le dico in questa mail, La ringrazio per l’impegno e l’informazione a 360 gradi che riesce a dare, complimenti.
Laura Raffaeli Presidente Blindsight Project


Come avrà già constatato, il nostro sito è stato immediatamente adattato alla sua richiesta. Inoltre, se lei e gli altri membri della sua associazione lo desiderate, siamo pronti a venire incontro alle vostre esigenze culturali inviandovi i file .pdf dei fascicoli di NonCredo resi tecnicamente leggibili per i vostri apparecchi. Mi faccia sapere, se crede. Infiniti auguri.

Dio e i dadi

Il dio di Einstein non “gioca a dadi col mondo”, è un dio deterministico, oggettivo, continuo, ecc. Oltre c’è il buio probabilistico, il non deterministico, il discontinuo, c’è, in una parola, la Teoria dei quanti. Il dio degli scienziati diciamo positivisti in senso largo deve essere, al contrario, un campione di metodicità, di determinatezza, prevedibile e oggettivo, misurabile. Questo è un dio che non dispiace ad Albert Einstein, perché, nonostante il relativismo delle misure, è attirato da un creatore che non giochi a dadi col mondo. A questo punto fra il dio vecchio deterministico e relativistico e quello nuovo della meccanica quantistica c’è un contrasto insanabile. A questo punto interviene la ninfa ambigua della matematica, che partorisce il figlio del compromesso, che darà tanti grattacapi ad Einstein negli ultimi anni della sua vita a Princeton, questo figlio dispettoso sarà chiamato Teoria dei campi unificati. L’accettazione di questa teoria è la riprova, ancora una volta, di un’anomalia intrinseca al pensiero occidentale, che chiamiamo del dualismo cognitivo, già rinnegata dal primo cristianesimo proveniente dal filone ebraico, allo scopo di distinguersi da quello greco (Cullmann). Tutti i vangeli concordano sul fatto che dio gioca a dadi col mondo, eccome se li gioca. Perché dalla resurrezione di Lazzaro (Gv 11, 1-45) alla moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6, 31-34, Mt 14, 13- 21, Lc 9, 10-17, Gv 6, 1-13) fino alla resurrezione di Cristo (Mt 28, 1-8, Mc 16, 1-8, Lc 24, 1-11, Gv 20, 1-9), il dio di Isacco e di Giacobbe dà segno di gradire le partite a dadi. Gli scienziati quantistici, verso i quali dialogo per via elettronica, come ad esempio Anton Zeilinger, ci rendono sempre più convinti e avvicinabili cognitivamente a fenomeni difficilmente comprensibili attraverso interpretazioni fisiche classico-relativistiche. Ad esempio ci parlano di teletrasporto quantistico, fenomeno che una visione scientifica positivista–ottocentesca dei vari Piero Angela, non sapranno mai decifrare senza tirare fuori la vecchia solfa dei trucchi, come hanno fatto per la Sacra Sindone, alla cui autenticità io credo, prima che per fede per scienza. Per concludere, dio se vuole, può giocare ai dadi, anche a sbafo della relatività generale e di Einstein, quest’ultimo detestava l’idea secondo cui l’incertezza e la casualità governassero la fisica e di conseguenza la vita ed è stato questo il suo limite insuperabile verso la “meccanica quantistica”.
Roberto Ettore Bertagnolio


Mi pare un discorso esoterico tra iniziati, cui cedo il passo. Vedo che si soggiace sempre alla tentazione di definire questo ipotetico “dio”, parola che però confinerei a quelli personali, antropomorfi, interventisti, suscettibili, alle preci dei loro credenti e alle suggestioni tipo “Sindone”. Userei invece altro lessico nell’ambito della fisica, cosmologia, mondo sub-atomico, meno letterario e teatrale, che potremmo andare a prendere in prestito da Giordano Bruno o Baruch Spinoza. Comunque evviva la provocazione e felici di pubblicare eventuali confutazioni.

Ad occhio nudo

Mi sembra giusto e dignitoso guardare la realtà senza gli occhiali della religione, qualunque essa sia, perché tutte le religioni, secondo me, ingannano e paralizzano la razionalità, l’intelligenza. L’uomo, pregando, credendo, non pensa, non riflette e in certo qual modo si butta via, butta via le sue doti intellettuali. Bene ha fatto Noncredo a promuovere questa crociata incruenta, ma decisa: le raccomando, egregio direttore, vada fino in fondo, faccia valere ciò che di buono ha l’uomo in sé, che non è poco, anche se oggi è svilito dal crudele materialismo.
Ettore Bobbio


Non dubiti, proprio perché, come lei dice giustamente, c’è tanto di buono nell’Uomo, e nessuno ha il diritto di monopolizzarlo o, peggio ancora, di strumentalizzarlo

La religione come protesi

“Religions-free” è una gran bella cosa. Senza fanatismi l’uomo sarebbe un essere senz’altro migliore, più responsabile, più coraggioso. Ma io credo che le cose vadano fatte con una certa gradualità, altrimenti rischiamo di sostituire la religione con un’altra cosa, magari peggiore. Non sto dicendo che la religione dobbiamo tenercela, sto dicendo che non è facile eliminarla correttamente. Gli ultimi due secoli, e specialmente il secondo, sono stati privi della religione. Eravamo sotto il dominio del materialismo (lo siamo tuttora), il quale ci ha regalato due guerre mondiali, massacri, campi di concentramento, bombe atomiche, umiliando l’uomo come mai la religione è riuscita a fare (non penso si possa paragonare la caccia alle streghe con la caccia agli ebrei, né le crociate alla brutalità nazista). Dunque, la religione è radicata in noi: io dico ingiustamente, perché la vedo come una protesi inutile, ma stiamo bene attenti a gettarla via. Intendo: stiamo bene attenti a gettare via ciò che essa rappresenta, solo così potremo raggiungere quell’umanismo che ci compete. Noto che lei, caro direttore, si batte con impeto e competenza notevoli, con passione invidiabile: la esorto a rendere tutto esemplare, assolutamente stimolante, profondamente suggestivo.
Claudio Maria Salvi


Sono pienamente d’accordo con lei, sia sul fine ultimo, sia sulla necessaria gradualità del metodo.

Sulle cremazioni

Ho letto e condivido il suo articolo sulla storica mancanza di credenziali perché si possa tentare di credere che alla Chiesa cattolica competa anche un “magistero”. Ma adesso è troppo, ci prendono in giro al gioco delle tre carte. Paolo Mieli, già direttore del Corriere della Sera, noto intellettuale e docente universitario di storia moderna, scrive a pag. 36 di quel giornale il 13 luglio a proposito di inumazione e cremazione: «Si è detto dell’opposizione della Chiesa cattolica “per la quale era un’empietà perpetrare un’azione contro il corpo umano, anche se privo di vita, poiché esso era stato donato all’uomo direttamente da Dio e sarebbe risorto insieme all’anima dopo il Giudizio finale”. Pertanto i giornali cattolici si scagliarono contro l’incenerazione dei defunti cercando di descriverla nel modo più ripugnante». Ma direttore, gli antichi sofisti con la loro eristica erano gran gentiluomini rispetto a questi spregiudicati saltimbanchi falsi e opportunisti che nel loro cinismo giocano con i più alti sentimenti altrui: ma come si fa, con quale decenza e senso morale si può argomentare da parte loro contro la cremazione dei cadaveri (atto tra l’altro anche igienico durante le epidemie) quando hanno arrostito VIVI decine di migliaia di esseri umani per sei secoli quando a loro conveniva? L’impudenza di questi saltimbanchi non ha limiti: forse è una espressione pesante ma io la sento così.
Roberto Battilocchio


Sì, l’espressione è formalmente pesante e non mi piace, ma assai più pesante, questa volta sul piano morale e della coscienza, è il testo riportato da Mieli che davvero grida vendetta. E loro lo sanno, lo sanno bene, ma fanno da sempre qualsiasi cosa a loro convenga. Purtroppo.

Spiritualità e fede

Io credo nella spiritualità e dunque non farei la distinzione tra credenti e non credenti che mi sembra piuttosto riduttivo e manicheo. Credo che ogni essere umano abbia bisogno di una qualche forma di fede per poter vivere in pace con la propria coscienza, e metterei dunque da una parte le diverse forme di fede tra cui i non credenti razionalisti che comunque non possono dubitare del “mistero” anch’esso ritengo una forma di fede, e dall’altra metterei gli appartenenti ad una credenza religiosa che secondo la mia visione altro non è che l’annullamento della coscienza critica e l’assoggettamento ad un sistema di potere religioso. Anche perché il binomio religione e potere è inscindibile, da cui ne consegue il notevole tasso di perversione che alberga in ogni religione tradizionale (o di impurezza dovuta alla contaminazione del potere), e credo che questa sia la ragione fondamentale del perenne conflitto tra religione e ragione.
Federico Romino


Anche io credo nella spiritualità come parte nobile di noi, ma non la confondo con alcuna fede.

Crocifisso desacralizzato visto da un cristiano

Rendere pubblico il crocifisso, appeso ai muri degli edifici del potere, è una moda che imperverserà nel tardo impero romano d’oriente, da Costantino in poi, ed è una «desacralizzazione blasfema, surreale. Una scappatoia rifiutata anche dai cattolici coerenti» (Enzo Marzi La stampa, 24 novembre 2008). Il professor Marzi se la prendeva con quella sconcertante sentenza di un giudice veneto che affermava: «il crocifisso va ancora tenuto perché non rappresenta un simbolo religioso, ma una caratteristica culturale del nostro paese». Il professor Marzi mette a fuoco la questione vera: il crocifisso è spuntato alle pareti degli edifici pubblici, e nel momento in cui ciò è avvenuto, automaticamente è iniziata la desacralizzazione. Quando s’appende un crocifisso in un luogo statale e non religioso, quel segno si desacralizza, ed io come cristiano voglio battermi contro tutto questo. Mai un cristiano delle catacombe avrebbe esposto il crocifisso. La croce era un simbolo di vergogna, rappresentava la nefanda morte da terrorista zelota, al massimo si usava il pesce acrostico (Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio Salvatore), o l’agnello sacrificale, ma mai il simbolo del supplizio che i romani affibbiavano ai terroristi del tempo. Rimarrà sempre incomprensibile per un cristiano il contrasto, come afferma Trocmè, tra «l’esecuzione di Gesù come malfattore ad opera di un modesto funzionario romano, e l’appassionata difesa dell’imperatore Costantino ai dibattiti dei vescovi sulla divinità di questo stesso Gesù». Da quel momento scompare Gesù come servitore o come figlio dell’uomo e appare nel contempo il Kyrios Christos e, di pari passo, la Croce appesa anche sui muri statali. Ma qui siamo già ad un cristianesimo che sfocerà in quelle immense immagini del Pantakrator sulle volte delle chiese che assomigliano più a Zeus che al “Figlio dell’uomo”, e sono distanti dalla realtà di quella povera gente che si guadagnava il pane a stento lungo il lago di Tiberiade. Il Cristianesimo ormai è sfociato nella cultura ellenistica e da essa interpreta la linea del tempo, la sua cesura tra tempo ed eternità, non come quello degli antichi ebrei, tra Eone futuro e quello presente, sulla stessa linea temporale (Cullmann). Le radici culturali europee, da questo punto di vista, non sono cristiane, perché noi prendiamo per cristianesimo ciò che è della cultura greco-ellenistica (argomento già trattato da me e da Augias in La Repubblica del 17/9/2003). Se vogliamo essere veramente cristiani dobbiamo ritornare ai valori catacombali, staccare le croci come segno desacralizzante dai muri statali, ci bastano quelle appese dentro di noi, queste sono le croci più vere e non quelle ministeriali–ipocrite, e per dirla col Poeta, «nel cuore nessuna croce manca».
Roberto Ettore Bertagnolio


Quanta hybris e quanta perdita di consensi nella arrogante imposizione erga omnes di un simbolo di parte nei luoghi pubblici che dovrebbero invece appartenere a tutti, cioè ai “cittadini”.

Religioni, metafisiche e condizionamenti

In un numero di NonCredo, verso la fine dell’articolo, voi scrivete: " NonCredo e ReligionsFree quando parlano di credenti, ovvero di”fedeli”, e di noncredenti sono convinti portatori di questa visione. Gli pseudo-dèi non c’entrano." Io penso invece che il rischio di radicalizzazione non riguarda solo le religioni storiche, ma qualsivoglia ideologia che sostenga la realtà del divino quali che siano forme, connotazioni e attributi configurati in una "credenza". Sono però d'accordo sul fatto che le religioni individuali o "fai da te" siano molto meno pericolose di quelle storiche e istituite, ciò almeno ai fini sociali, ma niente affatto ai fini "culturali". Gli pseudo dèi tipo: l'"essere", l'"origine", il Logos, lo Spirito, l'Assoluto o l'"origine" di Severino ecc. sono diastrosi per la cultura, perché insinuano non un concetto di "dio" bensì un concetto di "divino", come origine e causa primaria, assai più profondo e pervasivo. Le religioni sono facilmente smontabili, le metafisiche no, perché gli strumenti logici e dialettici le "camuffano", riuscendo a farle passare in qualche caso addirittura come atee (vedi Spinoza) ma portando completamente fuori strada per il conoscere. Pensi a quel che è successo ad Einstein, che essendo un credente nel dio di Spinoza ha tentato fino alla morte di negare realtà all'indeterminazione quantistica che Werner Heisenberg aveva scoperto già nel 1925 e che è stata confermata nel resto del XX secolo e all'inizio del XXI. Einstein era un genio della fisica ma una "credenza religiosa" gli ha impedito di capire l'essenza del mondo subatomico. Posso dire questo del più grande genio della fisica (dopo Galileo e Newton) perchè ne sono un grande estimatore, sia come uomo e sia per la Teoria della Relatività Ristretta e in parte per quella della Relatività Generale. Ma quella sua credenza nel dio-Necessità lo ha indubbiamente tradito non permettedogli di capire la realtà.
Angelo Amaldi


Non c’è dubbio che la prima delle libertà è quella dagli “Imprinting”, anche quelli di tipo intellettuale, per non parlare di quelli culturali.

Il "relativismo cristiano"

Mi sembra che sulla sua rivista scarso spazio sia stato riservato finora a quello che io definisco il “relativismo cristiano”. Il sintagma potrebbe risultare blasfemo, se non fosse usato ad indicare quei seguaci della “Parola di Dio” che non si considerano detentori di verità assolute, ossia sciolte (ab-solute) dalla consapevolezza della parzialità di ogni conoscenza e giudizio umani e della imperscrutabilità del giudizio divino. Non sto tracciando qui l’identikit del costruttore di quella religione “fai da te” tanto invisa alle attuali gerarchie cattoliche, ma rammentando l’esistenza di una tipologia di cattolici che non si identificano con quelli che sul Verbo costruiscono certezze dogmatiche e incrollabili valori identitari. Si tratta di figure come, per esempio, quella di don Gallo che, nella sua autobiografia (Angelicamente anarchico), a proposito del dibattito sulle “radici cristiane” dell’Europa, parla di un cristianesimo che non è cultura identitaria, ma che si in-cultura, ossia «abita le case degli uomini», realizzando così evidentemente la dimensione universale, ovvero cattolica, del cristianesimo. Dell’autobiografia di don Gallo diverse pagine sono interessanti in relazione al tema del relativismo: si tratta di quelle in cui il sacerdote genovese narra episodi di vita, esperienze concrete vissute nella sua comunità, che fanno comprendere la complessità del reale e dunque la necessità di sospendere il giudizio ogniqualvolta questo si configuri come risposta univoca e rigidamente dogmatica a una realtà problematica e complessa che si sottrae a facili interpretazioni moralistiche. L’unico insegnamento, allora, l’unico dogma che viene fuori dalle pagine di don Gallo è l’amore per l’Uomo, specie di chi vive nella solitudine e nell’emarginazione. La sua fede, al di là di ogni codificazione dogmatica, si confonde e diventa un tutt’uno con la speranza: «Non vi so dire se Dio c’è o no, ma voglio sapere in che cosa sperare. Che cosa sperare? Se una persona ha una speranza timida, allora Dio non esiste. Se non ne ha nessuna, Dio non c’è. E se qualcuno non ha speranze e va in Chiesa per pregare Dio, il suo Dio è un idolo. Bisogna sperare l’impossibile, perché Dio è dopo l’impossibile. (…) Io spero l’impossibile e quindi Dio c’è». Ancora a proposito del relativismo cristiano voglio segnalare un saggio del filosofo cattolico Dario Antiseri: Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano. L’assunto fondamentale del saggio è quello secondo cui proprio la consapevolezza della relatività di ogni conoscenza umana, dell’impossibilità per l’uomo di raggiungere razionalmente verità assolute può spingere ad abbracciare la fede, considerata peraltro sì dono a parte dei, ma anche scelta a parte hominis. Accenno solo alla ripresa, da parte del filosofo, del fallibilismo gnoseologico di Popper, secondo cui tutto il nostro sapere scientifico è ipotetico e congetturale. Faccio un cenno soltanto anche al capitolo sull’etica, nel quale si sostiene sostanzialmente la tesi di Hume, secondo la quale i valori non si fondano sulla scienza, sulla conoscenza, perché da proposizioni descrittive quali sono quelle della scienza non si possono ricavare asserti prescrittivi, ossia imperativi morali. L’etica è dunque senza verità e la ragione, in essa, può fare molto, soprattutto ci fa capire che «i valori non trovano un fondamento razionale ultimo e certo», ma sono oggetto di scelte di coscienza. Spero che questa mia lettera possa dare un contributo alla discussione.
G. Patrizia Morciano


Bella lettera, che mi auguro anch’io possa aprire una discussione. Spero la legga anche don Gallo, le cui parole mi ricordano i Discorsi Renani di Eckart, e che in tal caso voglia mettersi in contatto con me: avrebbe molto da dirci e lo inviterei a farlo. Anche io sono relativista come ogni illuminista, ma sono anche vicino al relativismo matematico di Bertrand Russell. Dal mio punto di vista qualsiasi credente di qualsiasi credenza religiosa aprendosi al relativismo fa un salto di qualità di grande umanità e, mi scusi se lo dico, si riscatta ontologicamente dal dramma umiliante del dogma. Le rinnovo i miei complimenti. Ci scriva ancora.

dio in minuscolo

Leggo con grande interesse la sua rivista che condivido e che trovo una attesissima ed insperata novità nel panorama culturale dell'editoria italiana. Apprezzo in NonCredo anche il primato dato al valore degli argomenti senza mai ricorrere alla scorciatoia, che a me non piace, dell’ironia o addirittura del sarcasmo. C’è però un ma: sono laureata in lettere e fin dalle scuole elementari, e poi al liceo e dopo all’università, mi è sempre stato insegnato che parole come Dio, Papa, Re si scrivono con l’iniziale maiuscola, non operando alcuna commistione tra grammatica ed ideologia. Ebbene, le chiedo perché NonCredo, che come ho detto è una rivista che condivido, sente il bisogno di degradare questi sostantivi scrivendoli sempre con l’iniziale minuscola. Cambia qualcosa? Ne vale la pena? Non è fare un torto alla nostra lingua? Auguri alla rivista e un cordiale saluto.
Eleonora Nicastro


Comprendo le sue motivazioni grammaticali e filologiche, però vorrei innanzi tutto obiettare che non vi è nulla più diacronicamente evolutivo nonché soggettivo del linguaggio, sia quello parlato quotidianamente sia quello giornalistico. Poi lei parla di torto alla grammatica, io trovo invece che quelle maiuscole che lei invoca sono un torto alla logica ed al concetto di dignità. Mi spiego. Alla logica, in quanto semantica ed etimi restano gli stessi senza possibilità di confusione, e quindi non serve invocare la necessità di ricorrere alla figura retorica dell’antonomasia (per esempio, la parola “senato” col maiuscolo o minuscolo indica sempre la stessa cosa, “camera” invece, se intendo quella dei deputati, sarebbe bene scriverla con l’iniziale maiuscola per evitare ambiguità). Detto questo, l’uso della maiuscola per le parole da lei citate è, a mio avviso, oggi e non ai tempi di Dante, una pura concessione ideologica, un misto di omaggio, deferenza, dipendenza psicologica, servilismo oltre ad una inconscia captatio benevolentiae. La maiuscola in tali casi equivale all’alzare la voce parlando o sottolineare scrivendo: un sopperire ad una mancanza di argomenti migliori. Non sta a noi distribuire gradi di nobiltà, dovrebbero bastare gli argomenti. E poi c’è la componente personale: veda i due maggiori quotidiani italiani: il Corriere scrive “Papa” e Repubblica “papa”, eppure si capiscono lo stesso. Ma io aggiungo: se dio, papa ecc. dovessero essere scritte col maiuscolo per meriti assiologici, allora per coerenza e dignità di sé, parole come “mamma”, “madre” e “padre”, i più alti valori dell’universo umano, come dovrei scriverle: col sangue, con blocchi di marmo, in oro zecchino? Cosa vuole, Signora Nicastro, personalmente dietro le maiuscole (ovviamente che non si tratti di nomi propri) io vedo tutta la necessità di prostrazione e di sottomissione dell’uomo primitivo in cerca di protezione in cambio della sua libertà: insomma, se grattiamo la maiuscola esce fuori il totem.

Lettera su Messori

A proposito della risposta a Vittorio Messori pubblicata sul numero VII, mi sono sentito particolarmente offeso dalla seguente affermazione di Paolo Bancale: «l'ipotesi del delitto tipico fra omosessuali, imperniato sempre su coltello e oggetti contundenti». A prescindere dal fatto che di tipico non c'è niente, in quanto si parla di persone e non di stereotipi, non vedo come si possano trascurare tutti i vari "ammazzamenti" di cui la cronaca ci narra da parte di mariti abbandonati nei confronti di mogli vittime. Nella foga di contestare Vittorio Messori (contestazione più che giusta) si è caduti dalla padella nella brace, etichettando una intera categoria di persone (che poi categoria non è). Per non parlare poi del termine "pederasta" usato tre righe sotto, che è parola quanto mai offensiva oltre che desueta: ricordo che il termine deriva da PAIS (ragazzo) e da ERASTEIN (amare), e allude a pratiche ben diverse, cioè all'amore di un adulto per un adolescente ed era usato nel passato erroneamente al posto di “omosessuale”: quest'ultimo termine invece si riferisce a un rapporto consenziente fra adulti dello stesso sesso. Il fatto di essere atei o agnostici (come anch'io sono) non implica la mancanza di rispetto né l'indulgenza verso semplificazioni offensive. Cordialmente
Sandro Botticelli-Fusi


Lei me la chiede ed io le debbo una risposta. Se lei consulta testi accademici di Medicina legale, Antropologia criminale e Psichiatria forense vedrà che nei delitti tra omosessuali compare spesso l’uso di un corpo acuminato o contundente. Io lo ho appreso da quegli studi e non ho motivo di dubitarne, sia pure in termini statistici. Quanto al termine “pederasta” al posto di “pedofilo”, l'ho usato per quel plus di disprezzo che mi muove verso questa genìa di depravati che abusano sessualmente di bambini, e il termine pedofilo ormai mi sembra depotenziato per il troppo parlarne nelle cronache. Quanto all'equazione cui lei accenna “pederasta = omosessuale” non potrei essere più in disaccordo con lei: omosessuali e lesbiche, con o senza gli abusi del Gay Pride, sono persone adulte con un proprio lecito orientamento psico-sessuale e sentimentale che hanno diritto al perseguimento, come lei e come me, alla realizzazione della loro personalità. Se poi lei mette sullo stesso piano Oscar Wilde, Dalì e Garcia Lorca con il laido Legionario di Cristo Maciel, ebbene allora il nostro dialogo termina qui.

Lettera su Salesi e Agnosticismo

Ho letto con interesse lo scambio di corrispondenza tra Cattania e Salesi in relazione all’articolo Perché con una scienza forte non possiamo neppure dirci agnostici e mi sono chiarito un po’ le idee. Non condivido il discorso di Salesi. Mi sembra in primo luogo negare il principio del “fallibilismo” della scienza, tra l’altro menzionato da Primiceri nello stesso numero di NonCredo. Salesi sembra voler sostituire una “Verità” religiosa con una “Verità” scientifica. La scienza vive tuttavia – a mio parere – della possibilità di essere continuamente messa in discussione. In linea teorica il fatto che un’ipotesi sia verificata da anni e che abbia avuto innumerevoli riscontri non dovrebbe bastare, credo, a farne una “Verità” indiscutibile. Dobbiamo forse considerare la possibilità che in futuro, per qualche ragione, la scienza possa arrivare a dimostrare che la terra non gira intorno al sole, che le masse non sempre si attraggono, ecc. una considerazione ai limiti del paradosso? Direi di no. Ammettere tale ipotesi non significa indebolire il pensiero scientifico, introdurre un nocivo e subdolo “relativismo” culturale – come sembra ritenere Salesi – bensì riaffermarne il valore ontologico, impedire la sua trasformazione in un totem dai connotati fideistici. Trovo inoltre inutile ricordare come l’osservazione scientifica abbia avuto modo di smentire i vari dogmi religiosi. La religione ha nel tempo mutato i propri idoli, man mano che la scienza ne ha svelato la natura tutt’altro che divina. Per questo si è passati dall’adorazione dei vulcani, al culto del sole fino allo spirito santo, in un continuo spostamento del divino al di là dei confini, sempre (auspicabilmente) in movimento, della scienza. Ma la dissimulazione dei dogmi, l’aver dimostrato che la lava del vulcano è il prodotto di un surriscaldamento della roccia e non dall’ira divina, non basta a dimostrare l’inesistenza del metafisico. Inutile rilevare quanto le affermazioni dogmatiche del clero (cattolico in particolare) siano sottoposte a continue ed inevitabili smentite da parte della scienza (vedi ricerche di Venter). Costoro sono da tempo meri custodi di privilegi e di potere, non certo di pensiero religioso. Indipendentemente (e nonostante) il clero, gli astrofisici, gli atei ed i credenti, infatti, di dio non è attualmente dimostrata né l’esistenza né l’inesistenza, mentre permangono ambiti dell’esperienza umana che trovano riscontri incerti nell’indagine scientifica. Per questo, nell’attesa che mi si dimostri che sbaglio, continuerò a dirmi agnostico.
Marcello Corongiu - Torino

Superare le religioni

Credo lodevole il tentativo della sua rivista di superare la religione, di liberare l’uomo da un se stesso pavido e credulo. Ma il tentativo fa un po’ tremare le vene e i polsi: abbattere un moloch di quelle dimensioni e di quelle fattezze non è impresa da poco, occorre partire da questa constatazione se si vogliono fare le cose per bene. Ne siamo capaci? Siamo maturi abbastanza? Cosa dobbiamo fare, eventualmente, per maturare al punto giusto? Ricordo che il Novecento è stato un secolo privo di religione e che ha prodotto le nefandezze naziste e staliniste (ma ce ne sono state altre!) e che solo il puritanesimo americano ha salvato l’umanità da un disastro totale (un puritanesimo, peraltro, a mezzo servizio). Grazie per la sua risposta e cordialità,
Ernesto Dalò


Comprendo le sue titubanze: il compito è arduo, ma se si è motivati non resta che partire; poi, come in tutte le cose umane, se i tempi sono maturi, chi vivrà vedrà.

I bus di Genova

Egregio direttore, leggendo gli articoli della sua rivista ho rilevato l'eccessiva pacatezza con cui viene trattata la lotta al clericalismo. Lei “punge di fioretto”, ma ritengo che occorrano ben altri mezzi per tamponare la sempre maggiore invadenza del vaticano. Ben pochi politici, ad esclusione dei radicali e degli appartenenti all'estrema sinistra (spariti dalla scena), si dichiarano apertamente anticlericali ed agiscono di conseguenza per la inveterata ed effettiva paura di perdere voti di un elettorato miope ed ignorante, ma qual è la linea di noi laici? In alcuni casi quella di litigare fra di noi (i classici polli di Renzo) o di recensire i libri di illuminati scrittori non credenti o anche di effettuare manifestazioni che lasciano il tempo che trovano. Tempo addietro ho inviato una e-mail alla rivista L'Ateo in cui rappresentavo l'opportunità che un nostro rappresentante (ad esempio la Hack) avanzasse in parlamento una proposta di legge al fine di eliminare in toto i vantaggi concessi alla chiesa cattolica: esenzione dal pagamento dell'Ici, sovvenzioni alle scuole cattoliche ecc. Sarebbe stata una proposta dirompente che avrebbe fatto gridare allo scandalo, ma che in ogni caso avrebbe smosso le acque, altro che cartelloni sui bus di Genova! Com'è finita? La redazione della succitata rivista non ha ritenuto di pubblicare la mia e-mail! A questo punto il laicista Alberto Mazzoni, che scrive, si ritira nel suo guscio e dice un po' a tutti: ite ad patres! Cordiali saluti
Alberto Mazzoni


Forse la conclusione dell’editoriale scorso risponde in parte alle sue perplessità. Non sono per l’anticlericalismo tout-court, poiché le religioni esistono, la maggioranza degli italiani le vogliono e siamo in una democrazia. Né dobbiamo dimenticare l’oltraggio costituito dall’articolo 7 della Costituzione che Togliatti ci ha lasciato come odiosa ereditas e che purtroppo fa la differenza. Ma sempre nel rispetto delle leggi e del concetto di libertà individuale così come magistralmente la definisce il laico Stuart Mill, bisogna farsi sentire, fare massa, essere presenti. NonCredo come voce libera e non credente fa quello che può, e magari avesse la forza dell’UAAR! Perché, per stare al suo esempio, io di bus come quelli di Genova ne farei tanti in ogni città italiana. Perché anche io, come presumo lei, capisco la “sciabola” di Garibaldi, ma a volte bisogna optare per il “fioretto” di Mazzini, per convincere, per motivare, per spingere ad agire. Da ultimo: giornali e riviste ricevono tante lettere ed è normale che debbano operare delle scelte. Magari la sua avrà ispirato un articolo, o avrà sensibilizzato la redazione o, semplicemente, non c’era spazio e andava sacrificato qualcuno. In tal caso, perché un altro e non lei? Le parlo da addetto ai lavori.

Risposta a Baffoni

La signora Anna Baffoni, nel numero 7/2010, ha scritto una bella lettera infarcita di latino e frasi ermetiche che io, ovviamente per mia insipienza, non ho capito. Ci ha detto che non c’è cultura senza cultus, che in italiano corrisponde a coltura, coltivazione. Non contenta ha precisato che non c’è laico senza laos che, passando per il tardo latino laicum, e dal greco Laikòs (dal popolo) è approdato a laòs (popolo). Poi ci ha garantito, e dobbiamo crederle sulla parola, che «Dalla fondazione del mondo (ma il mondo è stato fondato o creato?) il popolo è sopravvissuto grazie alla religio (che in buon italiano vuol dire religione), che tiene unite le persone». Qui ci si aspetterebbe che ci svelasse che senza religio non saremmo uniti ma sparpagliati, e invece: «altrimenti è emozione labile». In alternativa a che? Non l’ho capito. Non ho capito soprattutto che male c’è ad essere emozione labile e perché. Non solo, ma è anche (sin qui non è stato chiarito qual è il soggetto) “pura empiria” cioè – spiego – esperienza intesa come attività pratica, in contrapposizione a quella teoretica. Sorprende poi l’affermazione che emozione labile ed empiria si trascinino dietro «tutta la violenza che ne segue». Continua imperterrita la signora Anna: «Oltre l’empiria c’è l’Invisibile (Invisibile con la I maiuscola, a chi vorrà alludere?), che tiene il mondo e anche le vostre intelligenze invisibili. Oggi pregherò per voi». Grazie, ma non abbia fretta, domani è lo stesso. A questo punto vorrei pregare la signora Anna (vede, anch’io prego) e tanti, ma tanti altri “preganti”, di spiegarmi cosa significa pregare la divinità. Ad un uomo potente ci si rivolge con atto di cortese umiltà per ottenerne favori e concessioni, ma ad una divinità onnipotente e infallibilmente giusta, che è e conosce passato, presente e futuro, “che non si muove foglia che Dio non voglia”, la preghiera ha lo scopo, irriverente, di distoglierlo dalle sue decisioni, per fargliele modificare secondo i nostri desideri. Ma Lui non è anche la massima giustizia e la massima perfezione? Si deve allora credere che senza le nostre preghiere farebbe cose ingiuste ed imperfette? Vista così la preghiera è una bestemmia. Mi vuole spiegare la signora Anna perché non lo sarebbe? Altrimenti (qui sì che “altrimenti” ha un senso) dobbiamo concludere che le religioni concepiscono Dio come un tirannello vanesio che ama farsi pregare, e si crogiola dell’adorazione.
Ermete Spigarelli

Buddhisti e cattolici

Ho letto sull’agenzia di stampa vaticana Papanews che il 17 maggio scorso il cardinale Tauran e il vescovo Celata, rispettivamente presidente e segretario del dicastero vaticano per il dialogo interreligioso, hanno affermato che «Cristiani e Buddhisti nutrono un profondo rispetto per la vita umana». Ora mi chiedo da quando gli eredi di crociate, stragi, Inquisizione, torture e roghi possono vedere se stessi alla pari con una religione che in 2.600 anni non soltanto non ha fatto versare una goccia di sangue, ma dico di più, neppure una lacrima?
Walter Berardinelli


Non ho nulla da aggiungere, ha già detto tutto lei.

La miglior difesa è l’attacco

Ho letto, anche se non approfondito, alcuni numeri della rivista NonCredo da lei curata. Comprendo la sua necessità di restituire l’uomo alla razionalità che lo qualifica, tanto più in questo momento culturale dal ‘pensiero debole’, meglio direi dal ‘non pensiero’ e, dunque, dall’‘appecoramento’, spesso opportunista. Con tutto ciò credo sia il caso di porre un distinguo tra razionalità e razionalismo, come pure tra fede e fideismo. Per caso, tra le pagine di questa rivista non alberga il rischio di ‘buttare via il bimbo con i panni sporchi’, secondo l’adagio popolare? Avrà compreso che la mia è una prospettiva credente e cristiana (sono cattolico). Fides et ratio è il titolo di una enciclica recente che tende a recuperare e a sottolineare l’antica tradizione cristiana che non contrapponeva fede e ragione, quando tra i primi convertiti al cristianesimo e, dunque, alla fede (badi: dico fede, non fideismo) ci furono proprio filosofi ellenistici e grammatici/retori che ben comprendevano la necessità di ‘ragionare’ e di accogliere il nuovo messaggio cristiano con categorie razionali, culturali, morali e civili… Sottolinearono perfino la debolezza dell’arido letteralismo ebraico (prima di Filone Alessandrino). Fu proprio grazie alla cultura classica, quella cultura che aveva nobilitato l’uso della ragione, messa a disposizione dei nuovi contenuti cristiani, che il cristianesimo poté svilupparsi e diffondersi, invece di ridursi ad una combriccola di ‘semplici’ e di ‘donnette’: era una tra le tante false calunnie mosse da ambiente pagano! La Rivelazione cristiana non contrappone fede e ragione, anzi! Basti ricordare che «la grazia presuppone la natura (…) e la porta a compimento». Laddove la grazia (azione divina) trova una ragione ben formata, ha miglior campo di azione. Alla fede sono chiamati unicamente gli esseri umani proprio perché intelligenti, nessun altro essere creato. La fede suppone l’uso della ragione, altrimenti scade nel fideismo, variante del fanatismo. La contrapposizione tra fede e ragione è ormai desueta, caro Direttore, non vorrei che la sua rivista perdesse ancora tempo a confondere fede con fideismo, in difesa di cosa? Del puro razionalismo? Gli ultimi secoli hanno realizzato i prodotti peggiori del razionalismo: scientismo, materialismo, nichilismo. E il tutto ha fatto da apripista alle peggiori ideologie che l’uomo abbia conosciuto e subìto, con tanto di applicazione politica dittatoriale e massificante: la storia del ‘900 è ancora sotto i nostri occhi. E, contro ogni tentativo di defenestrare le religioni, la storia stessa le sta riportando in auge, con le loro forme diverse ma assimilate da un benefico fine antropologico, e ci sta chiedendo di farcene carico superando le divisorie e i loro aspetti irrazionali. Non generalizziamo sempre, dicendo che tutto è marcio, con l’unico scopo di far tabula rasa. Non ricadiamo nell’utopia sette/ottocentesca che abbiamo già pagato abbondantemente! Siamo tutti sufficientemente smaliziati per sapere che buono e cattivo sono sempre e dovunque compresenti, perché umani, e dunque anche nelle religioni. Piuttosto, potenziamo l’uno e diminuiamo l’altro.
A proposito della crociata contro il dogmatismo (che pure non difendo), la invito a riflettere. Gli eventi del ‘900 non avevano un fondamento dogmatico, forse? Cos’altro è stato il Positivismo se non dogma ed assolutizzazione del prodotto/fatto umano, fino ad asservire l’uomo/soggetto al suo stesso prodotto/oggetto? Guerre, olocausto, dittature sono state solo la manifestazione storica del dogmatismo scientifico; è bastata la prima guerra mondiale per infrangere il mito del progresso, lasciandoci ‘a piedi’, caro Direttore.
Lei sembra conoscere soltanto il dogmatismo della Chiesa. Che nel corso dei secoli si sia irrigidita è un dato indifendibile, ma non altro che un dato storico, come è accaduto ad altre strutture umane che non sono prese neppure in considerazione. Perché questa faziosità da parte dei non credenti? Nessun cattolico intelligente difenderebbe ad oltranza i tanti misfatti della Chiesa, peraltro riconosciuti come errori (anche se tardi, ahimè!). Ma stento a ricordare altre istituzioni che abbiano fatto altrettanto. L’onestà intellettuale, seppur non credente, deve questo riconoscimento, non le pare?
Certo, la Chiesa si è via via ‘sclerotizzata’, perdendo il dinamismo delle origini. Ma cosa c’era di dinamico nella statica società antica? Cosa c’era di dinamico in una struttura politica quale quella imperiale (che la Chiesa non ha fatto che imitare) che ha pagato con il crollo la sua incapacità di trasformarsi con i tempi? Cosa c’era di più conservatore dell’uomo latino, retrospettico, tutto teso a conservare il mos maiorum? Passiamo oltre. La lentezza istituzionale della Chiesa, organismo politico e di potere, le ha sicuramente impedito di rinnovarsi dall’Umanesimo in poi; ma forse il ‘600 degli ‘assolutismi’ monarchici era qualcosa di diverso? Non vedo nessuna diversità della Chiesa in rapporto a questo. Anzi, preferirei sentire un’altra obiezione: perché la Chiesa si è allineata con le logiche di potere, perché non si è opposta? E giungiamo all’800, segnato dalla condanna al modernismo ecc. Certo, dominava il dogmatismo ecclesiale, ma qual era l’humus culturale? Se della storia dell’800 vogliamo ricordare soltanto l’onda innovativa dei moti rivoluzionari, costituzionali, ecc. ancora una volta rischiamo la faziosità; perché non ricordare anche il Congresso di Vienna e la conseguente Restaurazione? Come lei ben sa, caro Direttore, la storia umana è sempre segnata dagli opposti e così la Chiesa che, pure, è fatta di uomini. Chi ancora continuasse ad accusarla, condannarla, ecc. non manifesterebbe altro che quell’ingenuo idealismo, per non dire ipocrisia, di chi pretende ancora di scandalizzarsi di fronte al male. Nel colto Occidente, qualcuno forse non ha ancora capito che la perfezione umana non esiste? A qualcuno si deve ancora dire di cominciare a guardarsi dentro per scoprire la sua parte di ‘ombra’? Ringraziamo Jung, ma non scomodiamolo con la nostra ignoranza!
Giovanni Brancaccio


Lettera dura e un po’ teologicamente dogmatica, ma comprensibile tenendo conto che è una lecita manifestazione di parte, di una delle tante parti in causa nella dialettica religiosa, ove anche NonCredo rappresenta la sua. La offriamo ai lettori.

Chi è Cristo?

Ho partecipato ad una conferenza laica sul cristianesimo, dove ho sentito affermare che il Cristo non ha niente a che vedere con la religione così come la intendiamo. Va separato il mondo spirituale da quello dogmatico convenzionale, mentre noi invece tendiamo a parlare di religione riferendoci alla chiesa romana. Dunque, il Cristo sarebbe una creazione dell’uomo per avvicinarsi alla perfezione, non intendendo per perfezione qualcosa di fermo, di immobile, bensì un movimento per così dire controllato dall’intelligenza. Cristo viene percepito come un’intelligenza superiore, la sua creazione una prova determinante che questa intelligenza superiore esiste, che non ha niente a che vedere con le posizioni canoniche e neppure con la consueta dizione religiosa. Riferito ciò espongo anche la mia visione. Cristo, se ne leggessimo solo la breve biografia degli ultimi suoi tre anni conosciuti, senza tutto l’orpello interpretativo, anagogico, fascinoso e fascinante che la tradizione ci ha propinato, io non ci vedo nulla di eccezionale: uno dei tanti profeti itineranti e pauperistici di cui abbondava l’ebraismo dei suoi tempi. Uomo-dio? Ma quasi tutti gli dei sono uomo-dio: Krishna, Thor, Ercole, Orfeo, il grande Dioniso, e via dicendo: l’uomo non ha mai brillato di creatività in questo campo, e l’antropomorfismo o il teriomorfismo l’hanno sempre fatta da padroni. Gesù era un visionario e come tale anche sobillatore, nel risvolto politico, molto più di Hus o Savonarola, che si è messo, ingenuamente, temerariamente o stupidamente contro sia il suo Sinedrio sia il potere territoriale romano, che ne aveva abbastanza delle continue sommosse degli ebrei e non voleva innescarne un’altra attraverso questo “Curcio” ante litteram. Io la vedo così: non mi esalta, e men che mai quando gli fanno dire «Chi non è con me è contro di me», ovvero “Non sono venuto a portare pace ecc.” (parole impronunciabili per il Gesù dei Karamazov). Insomma, il culto devozionale e la speculazione paolino-patristica ne hanno fatto un feticcio buono per tutte le stagioni. O, almeno, io lo vedo così.
Giosuè Armellini


Sempre nel rispetto della sensibilità di coloro che credono nel personaggio Gesù così come si è andato costruendo nei secoli, e con tutte le superfetazioni che gli hanno appiccicato, io penso che un antropologo delle religioni possa avere molti punti in comune con quello che lei scrive.

Sul relativismo

Io ritengo che grazie anche soltanto al buonsenso sia impossibile affidarsi alla religione o a forme che si richiamano alla stessa, come certa filosofia passata e tuttora materia d’insegnamento. Forse, nel caso della filosofia greca, ad esempio, sarebbe meglio dire che è servita per scatenare il ragionamento, mentre vanno rigettate parecchie conclusioni. Si sa quanto l’umanità abbia patito per l’ostinazione nei confronti di Aristotele, senza che Aristotele avesse alcuna colpa (penso alla paralisi intellettuale operata a seguito dell’intoccabilità dei suoi dettati). Tuttavia, dobbiamo tener presente che religione e filosofia classica posseggono una morale assoluta che, volenti o nolenti, scalda il cuore. Le scoperte scientifiche del ‘900 (mi riferisco alla meccanica quantistica che ha messo in dubbio quella algoritmica) e le speculazioni filosofiche dello stesso periodo, hanno invece fatto sorgere una morale relativa che, a mio avviso, crea parecchia inquietudine. Come consiglia di superarla? Cordialità e grazie di cuore per Noncredo, una rivista davvero originale e interessante.
Luisa Dorazio


Sono per il relativismo, concetto base della laicità, che fa parte dell’uomo pensante e del suo anelito di libertà, nell’ambito del confuciano: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».

Noncredenza e spiritualità

Sono una persona con un forte senso del sacro e con un approccio alla realtà che ha molti elementi religiosi, sono però refrattario a qualsiasi tipo di fede e provo un vero e proprio senso di disgusto verso la gerarchia cattolica. Trovo la vostra rivista molto interessante e soprattutto aperta e non dogmatica (il dogmatismo purtroppo è un errore in cui troppi atei cadono), insomma la rivista giusta per chi, come me, si definisce non credente ma mantiene una tensione verso la spiritualità.
Sandro Del Duca


Complimenti, lei appartiene ai migliori noncredenti: quelli che sanno avvertire la categoria della spiritualità, non essere “contro” alcuno, percepire la “religiosità”, cioè il “mistero”, nella realtà che ci circonda senza cadere nella sudditanza autoescludente di una fede, e poi opera la ricerca di senso dentro di sé. Ho motivo di ritenere che lei sarebbe piaciuto anche a Siddharta il Buddha.

Risposta sul corpo

Sono un sacerdote che vive , come parroco ai margini dei confini nazionali, la realtà quotidiana del clero povero e del popolo credente. Mi è stato fatto leggere un fascicolo della vostra rivista, che tra l’altro trovo culturalmente corretta e stimolante, che iniziava con il suo editoriale sul corpo... Da cristiano che conosce le cose più dall’interno, le confesso che mi ha stupito una sorta di incoerenza tra quanto scrittovi ed altre realtà lì non considerate. Lei parla di un’eccessiva attenzione al corpo da parte della Chiesa e del Cristianesimo, ed io le rispondo: Magari fosse stato così! Se il cattolicesimo non avesse deprezzato la dimensione corporea, in nome dell’unicità dello spirituale, scaduto poi in spiritualismo, forse ora non ci sarebbe la ribalta delle ultime oscenità. Se fosse stata giustamente considerata la corporeità non si sarebbe sviluppata la sessuofobia ecc.; non ci sarebbe stata un’educazione castrante tutto ciò che è piacere fisico, imperniata sul ‘non ascolto’ delle esigente fisiche, andate poi a sfociare dove ben sappiamo. Non ci sarebbe stata una spiritualità disincarnata, fustigante il corpo ed i suoi bisogni, che ha pervertito psicologicamente tante persone, in cerca di sofferenze fisiche talvolta con gusto pseudo-masochista. Questo spiritualismo è passato sopra la testa della gente, sapendo dire solo ‘questo è bene questo è male’ e, come conseguenza, ha tradito il messaggio di Gesù ed ha allontanato la gente.
Tutto ciò non ha radici evangeliche, ma è stato frutto del retaggio culturale di matrice in parte semitica (anche la sottomissione della donna, oggetto fisico del peccato) ed in gran parte del platonismo occidentale. L’antico Manicheismo, seppur condannato come eresia, esprimeva il dualismo oppositivo corpo-anima tipicamente greco che aveva ormai pervaso la cultura popolare, e che ha influito culturalmente sul cristianesimo che se ne è reso conto in questi anni e sta ritornando alla matrice biblica, dove l‘agiografo già nella Genesi dice che dio crea Adamo ed Eva definendoli cose buone, come tutte le altre: lo sguardo biblico sulla realtà creata è positivo. Magari ci fosse stata quell’attenzione al corpo di cui lei lamenta gli eccessi! Se così fosse stato, pensa che avrebbero inventato tutti gli abiti pesanti e ingolfanti, volti a ‘nascondere’ il corpo (pensi ai consacrati) oggetto di peccato?
Altro aspetto più tecnico: lei usa il termine ‘corpo’ in senso troppo generico e superficiale, senza operare le giuste distinzioni e così rischia di scrivere cose non vere, per ogni cristiano che poco poco abbia letto qualcosa: non può parlare di corpo in senso univoco, altro è il soma phisicon, altro il soma pneumaticon post-resurrezione. Sembra che lei voglia discutere e criticare cose che non conosce. E un altro aspetto che riguarda una sorta di ‘culto’ per il corpo’ e che è un dato reale ma di cui non hai tenuto conto, è il culto per il corpo del re, presente in tutte le culture, fino ai monarchi francesi del 1600. Pensi ai re taumaturghi! Sono gli elementi culturali di cui l’uomo ammanta tutto ciò che fa, per gusto o per vantaggio, o per tradizione, ecc. Ma in chiave antropologica, dovrebbe cominciare a distinguere tra ciò che è l’essenza (fede nella rivelazione di dio) e ciò che è rivestimento storico-culturale (diverse modalità di incarnazione, in termini pastorali), altrimenti come fa a porsi in modo seriamente critico nei confronti del cristianesimo ecc.? Tanto volevo dirle, e pur firmandomi doverosamente, le chiedo, ove pensasse di pubblicare questa mia lettera, di non pubblicare la mia firma e la mia e-.mail. La ringrazio per l’attenzione e le faccio i miei auguri per la sua rivista e per l’intento che vi traspare di costruire un vostro progetto di dialogo. È molto apprezzabile.
Lettera firmata


Grazie per la sua lettera: lei non sa quanto è importante, in un’ottica illuminista, avere dei contraddittori competenti che ci fanno anche rimettere giustamente in discussione tante nostre certezze datate. E vengo a lei. Innanzi tutto non trovo semanticamente corretto considerare intercambiabili, come sembra fare lei, i termini “cristiano” e “cattolico”. C’è un abisso tra di loro fatto da: dogma, scisma d’Oriente, Riforma protestante, papismo, Maria e santi, modernità, pensiero individuale, sterminio delle eresie, apertura alla scienza, e tutte le altre tante differenze che conosce anche lei. Ed ora veniamo al “corpo”. La nevrosi ossessiva di cui io ho scritto è quanto mai acuta anche nei casi che lei cita: sessuofobia, mortificazione del piacere, pseudo-masochismo, ecc. Lei afferma che c’è il corpo quando lo si deprime. No, c’è sempre come oggetto-stimolo della nevrosi di cui a lei sfugge l’etiologia. Esso è ontologicamente protagonista , in modo conscio o inconscio, sia quando lo esaltate come con l’eucaristia sia quando lo disprezzate come nella verginità e nel sesso. Non c’è buio senza luce perché sono sempre dominio dell’ottica, e così per tante altre diadi di opposti come caldo/freddo o silenzio/ rumore. Che il corpo lo esaltiate o lo disprezziate, sotto c’è sempre la vostra “corpologia, altrimenti certe liasons col corpo e suoi derivati non vi verrebbe proprio in mente. Voi cattolici al riguardo del corpo mostrate un disagio psico-culturale e siete ancora oggi a rimorchio di quell’ epilettico sessuofobo di duemila anni fa, Saul di Tarso per me e s. Paolo per voi, il vostro Lenin itinerante.
Lei mi obietta molte cose che ho scritto, ma non accenna mai alle differenze palesi (interna corporis e non arcana imperii) che io cito palesemente esistenti tra voi e l’umanistico buddhismo, ove la parola “corpo”, il concetto “corpo”, la metafora “corpo”, il “corpo” esaltato o disprezzato NON ESISTONO, né nel pensiero né nella prassi di quella dottrina-filosofia-etica-psicologia e ci metto anche soteriologia-nel-mondo che ci regalò la spirituale e mistica India 2600 anni fa. Eppure mi sono mosso dal vostro teologo cardinale gesuita (che cos’altro per esserle autorevole?), il dottissimo Henri de Lubac. Però lei mi rimprovera di non conoscere la resurrezione e di parlare di cose che non conosco. Ma, intanto, io gli argomenti li affronto e mi espongo, mentre lei, vedi il buddhismo, li schiva e forse li ignora.
Caro don X, io mi apro all’antropologia col suo pensiero scientifico che studia, indaga, verifica e non mi affido alla miriade di fantasie su cui si regge la credulità in tutte le religioni, nessuna esclusa nel tempo e nello spazio. Rispetto chi ci crede e con ciò esercita i propri diritti senza Inquisizioni al seguito, ma non sono materie che io debba approfondire più di tanto. Anche per Paolo la resurrezione era il clou di tutta la sua e vostra costruzione, ma la “fede” è affar vostro, non mio. Preferisco prestar orecchio ai premi Nobel che ai pastorelli. E la saluto con le parole di Lao-Tse, nel nome del Tao: «Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla».

Auguri e provocazione

Egregio direttore,
sono un lettore di NonCredo, intellettualmente impegnato nel pensiero ateo quanto lo sono in quello illuminista che lei proclama. Ciò non mi impedisce di vivere bene in una cerchia sociale prevalentemente cattolica, inclusi esponenti del mondo religioso sia maschili che femminili con reciproca tolleranza, finchè alla scorsa Pasqua un prete che da tantissimi anni mi conosce come ateo ma non anticlericale, con il quale ho molte volte discusso di religione e di laicità, mi ha mandato un biglietto di auguri in questi termini: «Auguri di una Pasqua santa e felice che accompagno con la preghiera al Padre ineffabilmente buono che ci ha donato il suo Figlio». A me, tra adulti e di opinioni così diverse, sembra un linguaggio infantile o infatuato o volutamente provocatorio. Lei che cosa avrebbe pensato al mio posto?
Bartolomeo Barba


Gentile Sig. Barba,
le rispondo per cortesia, ma non so che dirle. Due secoli fa un prete di campagna ottantenne forse avrebbe parlato così con naturalezza; oggi, nelle circostanze da lei descritte, mi sembra un modo di esprimersi abbastanza insulso, veteroclericale, forse sentito come autogratificante da chi lo ha espresso, ma certamente controproducente verso chi lo legge. Le sue tre opzioni: infantile, infatuato o provocatorio, possono calzare bene tutte e tre, ma è lei che conosce il suo amico prete, non io. Posso darle un consiglio? Lo ringrazi degli auguri e diradi la frequentazione.

Le responsabilità di Wojtyla

Gentile direttore,
di fronte alle accuse mosse da più parti, inclusa la sua rivista, al papa polacco Wojtyla al riguardo della politica della Chiesa verso i preti pedofili, le loro coperture e il caso eclatante dei Legionari di Cristo, mi permetta una riflessione in tutta sincerità. Io non tirerei conclusioni affrettate condannando il precedente papa, poiché è noto che la gestione dei problemi ecclesiali è compito del Segretario di Stato, in quegli anni card. Sodano. Si sa bene da sempre che nella Curia ci sono fazioni, partiti e partitini; la Chiesa è un’organizzazione mondiale che sente contraccolpi e problemi di tutti i paesi e continenti. Il caos dei politici italiani, che è già tanto, unito ai problemi del nostro Paese sono briciole rispetto a quanto risuona in Vaticano. Immagino la necessità di mantenere equilibri precarissimi con le Conferenze di diversi Stati e continenti (la CEI è solo italiana) e con i governi dei diversi paesi. Tutto questo per considerare quanto complessa sia questa realtà, e per capire perché vanno con i piedi di piombo e con una lentezza infinita, anche di fronte a quanto è per noi di tutta evidenza. Si sa che Wojtyla era osteggiato da alcuni gruppi cardinalizi interni; si sa che il suo pontificato ha avuto un certo peso per la politica dell’Europa dell’Est, che ha visto crollare il comunismo; si sa quanto alcuni prelati fossero coinvolti con la politica comunista, fino ad organizzare un attentato all’allora vescovo di Cracovia; credo che questo sia stato il peso maggiore di Wojtyla: recuperare la cristianità compressa e limitata dalla dittatura comunista. Questo papa polacco era in ottimi rapporti con l’allora cardinale tedesco Ratzinger, e non aveva ostacolato i suoi interventi contro le immondizie morali, come invece fece Sodano con i suoi curiali; inoltre, Wojtyla lasciò Ratzinger libero di usare espressioni forti (“la sporcizia nella Chiesa” ebbe un’eco fortissima nei mass media). Anche la stima profonda che Benedetto XVI ha sempre dimostrato verso il suo predecessore depone a suo favore. Pertanto mi chiedo: forse avrebbe voluto intervenire ma non gli era possibile? Ha preferito evitare qualcosa di peggiore che non conosciamo? Se avesse appoggiato la politica di Sodano avrebbe impedito a Ratzinger di esprimersi e di agire come aveva iniziato a fare. Colpito poi dal male, quanto del governo degli ultimi anni è da attribuire a lui, e quanto invece ad altri che hanno manovrato per far ciò che volevano? Intendiamoci, non sto difendendo nessuno, ma non azzarderei conclusioni su realtà estremamente complesse e di cui si conosce poco. Fu con il permesso di Wojtyla che Ratzinger poté riaprire il caso di quel prete messicano Maciel, fondatore a quel modo dell’ordine dei Legionari di Cristo, che Sodano avrebbe continuato a proteggere. Non è mica scontato che un papa sia concorde col suo Segretario di Stato; ed il ricevere questo e quello in udienza non sempre è indice di benemerenza. La storia della Chiesa è sempre stata estremamente complessa, più della storia civile, proprio per la vastità che abbraccia e, dunque, per la quantità di problematiche, per la diversità di opinioni e per l’ipocrisia umana che maschera ambizioni di potere, di ricchezza, ecc. Questo volevo dirle poiché leggo regolarmente con interesse e partecipazione culturale la sua rivista NonCredo, pur non essendo né atea né agnostica né non credente. E posso dirle che la sua lettura mi arricchisce. La ringrazio per la sua attenzione.
Roberta di Raimondo


Grazie, Signora di Raimondo.
Concordo con quello che lei dice, che mi fa ricordare uno sfogo di papa Montini al fratello, credo direttore dell’Osservatore Romano, in cui in sostanza gli diceva: non credere che il papa sia libero di operare e di decidere, in quanto è letteralmente prigioniero della Curia e da essa condizionato, quando non manovrato. Concordo, quindi. Ma mi lasci dire: questo spettacolo inverecondo di bastarda corte del Rinascimento cosa al mondo ha da spartire col concetto che si vorrebbe spendere per “religione”, e aggiungo io con l’etica, la spiritualità, la solidarietà, la fratellanza, l’amore per il prossimo, il trascendimento dell’Io e quant’altro ha valore morale ed assiologicamente umano? Caterina da Siena chiamava il Vaticano “la grande cloaca” e Francesco non era da meno. Nulla è cambiato da allora eppure pretendono, dico pretendono di parlare di “magistero” di questa gente e di questa istituzione. Lei pensa che se Giovanni di Polonia avesse persa la battaglia di Vienna noi oggi staremmo peggio?

E se non fosse la verità?

Signori di NonCredo,
vorrei ricordarvi che non c’è cultura senza cultus e non c’è laico senza laos, che vuol dire popolo. Dalla fondazione del mondo il popolo è sopravvissuto grazie alla religio, che è ciò che tiene unite le persone, altrimenti è emozione labile, pura empiria con tutta la violenza che ne segue. Oltre l’empiria c’è l’Invisibile, che tiene il mondo e anche le Vostre intelligenze invisibili. Oggi pregherò per voi.
Anna Baffoni


Gentile Signora,
la sua lettera merita considerazione e rispetto perché mostra pensiero e bontà. Gliene sono grato. Ma pensiero e bontà non equivalgono di per sé a “verità”: lei parla da cattolica, e lo fa in modo molto rispettabile, ma rivolga anche un pensiero alle tante “visioni del mondo” che hanno accompagnato, accompagnano e accompagneranno l’Uomo nella sua ricerca. Ecco una endiadi su cui riflettere: ricerca e verità, e vedrà che va a finire nel Mistero. Mistero sia per me che non credo sia per lei che crede di credere, ma sempre, comunque, “mistero”. Un grazie ancora.

ricerca universitaria e discriminazione dei noncredenti

Egregio dott. Bancale,
con la presente vorrei segnalarle un tema che potrebbe interessare sia la sua Fondazione sia i lettori di NonCredo, cioè quello del rapporto tra laicità dello Stato e ricerca scientifica. A fronte di una “robusta” presenza del pensiero cattolico nel sistema universitario italiano, sempre più scarse risultano le impostazioni scientifiche e le possibilità di sviluppo delle stesse di matrice “non credente”: specialmente i giovani, qualora si vogliano occupare di tematiche riguardanti la laicità dello Stato, vengono “consigliati” di cambiare argomento, di stare alla larga da tematiche che potrebbero poi comportare ostacoli e ostracismi nel prosieguo della carriera. In questa maniera la già scarsa propensione all’indipendenza nella ricerca scientifica presente oggigiorno nel mondo accademico italiano viene ulteriormente incrementata. A facilitare questo “sabotaggio” concorre oggi anche la scarsità di risorse economiche: l’Università si trova a bandire assegni di ricerca finanziati solo per metà, costringendo gli interessati a cercare di procacciarsi risorse altrove. E a fronte della facilità nel reperire fondi che si riscontra da parte soprattutto cattolica, scarsissime sono le possibilità per un non credente di trovare appoggi economici che gli consentano di proseguire le proprie ricerche. Il risultato è il progressivo e totale abbandono della ricerca su determinate tematiche. Per fare un esempio concreto: io sono un dottorando di ricerca autore di numerose pubblicazioni scientifiche in materia di libertà religiosa e laicità dello Stato; sto terminando una tesi di dottorato che ha come centro nevralgico la neutralizzazione di ogni ulteriore rilevanza giuridica della religione che non sia riconducibile alla generale libertà di associazione, al fine di contribuire a creare le condizioni di una reale uguaglianza fra i fenomeni associativi di matrice religiosa e quelli di matrice non religiosa. Ora mi trovo a un bivio: abbandonare la ricerca o cercare i soldi per autofinanziarmi un assegno di ricerca che mi consenta di poter continuare negli studi e che costa circa diciannovemila euro l’anno. Ultimamente, l’Università ne bandisce di finanziati per poco più della metà: agli interessati dunque tocca sobbarcarsi l’onere di cercare circa novemila euro l’anno di finanziamenti esterni (ma deducibili dal reddito). Va da sé che, in situazioni di questo tipo, è molto probabile che riesca a proseguire negli studi una persona affiliata a livello di pensiero alle istanze confessioniste, generalmente generose in questi casi, piuttosto che una che si batta per la laicità piena dello Stato.
Nel ringraziarla per l’attenzione le invio un cordiale saluto,
Marco Croce


Dottor Croce,
grazie per la sua lettera. Duole, ma non meraviglia, che l’intellighènzia universitaria italiana si comporti molto spesso così, vassalla, o per ideologia o per pura e calcolata convenienza, degli interessi delle molte lobby confessionali. Ne siamo a conoscenza, anche per quanto concerne scelta e concessione di argomenti per le tesi di laurea. Per quanto concerne la sua borsa di studio per ricerca, mi auguro che tra tanti noncredenti che ci leggono ve ne siano alcuni con spiccata sensibilità verso casi come il suo; perciò li invito a mettersi in contatto con lei per nostro tramite scrivendoci all'e-mail: noncredo@religionsfree.org sperando che, tramite NonCredo, possa svilupparsi anche una solidarietà noncredente. I miei e i nostri migliori auguri.

Vale più uno sciamano o un premio Nobel?

Signori di Noncredo,
Vi consiglio di leggervi quattro libri: vi impegneranno meno di quattro mesi di tempo libero, ma potrebbero essere molto importanti per voi. Iniziate con la Vita di S. Giovanni Bosco, ottima quella di Teresio Bosco. Proseguite con quella di Padre Pio, la più dettagliata è di Luigi Peroni, con una bibliografia superiore alle pagine del testo. Il terzo libro è uno qualsiasi tra quelli di Padre Amorth (Un esorcista racconta, Nuovi racconti di un esorcista, Esorcisti e psichiatri) o di Fra' Benigno (nuovo esorcista di Palermo dopo il grande Padre Matteo la Grua): Il diavolo esiste, io l'ho incontrato. Infine, di Tarcisio Mezzetti, professore di farmacologia, uno dei tre libri in cui parla della new age-yoga-medicina alternativa con tante testimonianze di gente rimasta con influenze malefiche sovrannaturali.
Letti questi, potete approfondire le apparizioni mariane; vi consiglio di leggervi bene Fatima, visto il miracolo occorso a settantamila persone tra cui giornalisti atei come voi, e la profezia sul male che diffonderà la Russia (che vi prende in pieno), Medjugorje, Kibeho, La Salette, l'apparizione della medaglia miracolosa. Letti questi, leggetevi un po' di libri sui miracoli eucaristici, che anche oggi, e così spesso, vivificano la fede soprattutto in chi la stava perdendo. Letti questi, potete andare oltre leggendovi un po' di controcultura sull'Illuminismo francese, sul protestantesimomassoneria (di cui molti di voi al 100% fan parte), sul marxismo e le scuole di ateismo ad esso collegate, sul darwinismo (uno di facile lettura quello di Marco Respinti), su Freud, etc. A questo punto potete prendere le vostre riviste sotto un altro punto di vista, che è il mio: vanificazione della realtà, per affermare falsità soggettive, nella falsa ideologia che la scienza è incompatibile con la religione.
No: studiando tutta la realtà si crede al Vangelo, l'unico che può spiegare tutto; il materialismo è negato giornalmente da migliaia di fenomeni, per cui voi fate una pseudoscienza che elimina i dati che danno fastidio alle vostre pre-teorie. Aprite la mente! Siete bigotti ed oscurantisti. Apritevi alla gioia della verità! Essa è per tutti!
Vincenzo Rossi


Egregio Sig. Rossi,
avrei fatto volentieri a meno di risponderle, poiché la sua lettera mi provoca un sincero imbarazzo. Mi perdoni, ma tra lei e un cosiddetto “selvaggio” che adora un totem non vedo alcuna differenza: per entrambi le evidenze non contano, né esiste nella vostra mente la categoria del dubbio, né potreste dimostrare da dove provengono le vostre pseudocertezze, la fascinazione è su di voi totale ed entrambi non avete preso contezza che miliardi di altri esseri umani, anche più colti e intelligenti di voi, hanno visioni completamente diverse, anche opposte alle vostre. Lei crede a tutto, anche all’asino che vola (miracolo per miracolo ci può stare anche questo) purché venga dalla sua parte ideologica. Lei giustificherebbe roghi e crociate, il suo fideismo esibito e fanatico ricorda il peggio del Medioevo oscurantista e credulo, ragione e Illuminismo le sono lontani come la cometa di Halley. Le auguro ogni bene, ma noi due siamo due rette sghembe nello spazio.

una suora cattolica scrive a NonCredo

Egregio Direttore,
mi sono capitati tra mano alcuni numeri della sua rivista “Non credo” che ho sfogliato con curiosità e con un certo disappunto, forse perché sono una suora. Si, sono una religiosa, insegnante di lettere presso un liceo romano. Se non ho travisato il suo intento, tale rivista vorrebbe raccogliere contributi culturali, eterogenei per discipline ma accomunati dal taglio ‘non credente’, cosicché i ‘non credenti’ italiani possano sentirsi espressi ed avere uno strumento formativo ed identitario. Non le nascondo che, di primo acchito, l’avrei messa via pensando: “questa roba non mi interessa”. In seconda battuta ho preferito sfogliarla. Mi permette di comunicarle alcuni semplici pensieri? Pensieri di una suora ad un ‘non credente’? Vorrei considerare la sensazione di ‘rispetto’, che mi sembra trapeli dalle pagine stampate, come una risposta affermativa… e procedo.
Rispetto. Si, mi ha colpito il taglio ‘rispettoso’, scevro delle punte polemiche, quando non becere, che spesso trasborda dai vari media avversi alla Chiesa, al Cristianesimo, e quant’altro. E credo che tale correttezza tracci il confine qualitativo tra la cultura vera e il propagandistico, il mercificato.
Cultura. Ho notato l’alto profilo, culturale e professionale, dei suoi collaboratori che esprimono un pensiero critico ed una interpretazione che qualificherei ‘laica’, in ordine alle tematiche sviluppate. Come può immaginare, pur apprezzando tale livello non mi ritrovo su alcune interpretazioni; nonostante ciò, considero la sua rivista di tutto rispetto e lascio che mi interpelli: “Cosa dice a me, suora, una testata già in sé selettiva come ‘Non credo’?” Personalmente ‘credo’ in Dio (con la D maiuscola) non tanto per eredità familiare quanto per scelta personale. Ma come l’affetto per le persone care non impedisce di coglierne i difetti, così l’adesione a Dio non livella il mio senso critico nei confronti della Chiesa e del Cristianesimo; chi abbia sfogliato un libro di Storia o di Storia della Chiesa non può misconoscere i tanti e gravi errori che, nei secoli, la Chiesa ha perpetrato… e continuerà a farne! Slanci in avanti e ‘passi da gambero’ si avvicendano da sempre.
Considero brevemente l’età moderna: penso al succedersi di papi libertini (Alessando VI), preoccupati di garantire titoli e futuro ai figli (Cesare e Lucrezia Borgia), e di papi belligeranti (Giulio II). Penso alle diverse condanne per eresia: nel caso di Martin Lutero esplode il conflitto tra l’uomo moderno e l’oscurantismo di una Chiesa ancora medievale che scoprirà la necessità di dare la Bibbia in mano ai cristiani ben 5 secoli dopo, lamentandosi pure dell’ignoranza dei fedeli. Penso all’Inquisizione e non posso non valutare la miopia di 4 secoli, tanto è servito per riconoscere la grandezza di Galileo, intellettuale e cristiano intelligente, capace di coniugare scienza e fede, ante litteram. Ed oggi, quando sento i Vescovi italiani invocare la formazione di una nuova classe politica cattolica non posso non ricordare il non expedit di Pio IX. E mi fermo qui.
Certo, il rispetto della distanza storica ci impedisce di filtrare il passato con le categorie del presente ma ciò non cambia la natura di tanti errori, solo ci permette di collocarli nel loro contesto e di darcene ragione. Credo che la verità sia umile (direi, nel senso etimologico di ‘adesione alla terra’) e che l’umile sia intelligente. A fronte della sua storia, la Chiesa ‘umana’ dovrebbe essere più umile; mi piacerebbe che evitasse toni talvolta perentori che non piacciono a nessuno, quando non provocano reazioni contrarie; penso che dovrebbe cercare di avvicinare in modo diverso gli uomini e le donne di questo tempo e che dovrebbe formare con l’esempio, più che pontificare. Mi sembra che gli ultimi avvenimenti, relativi ad abusi peraltro diffusi negli ambienti più disparati ma non così denunciati, stiano operando una sorta di nemesi storica in ordine al rifiuto che, per buona parte del Novecento, la Chiesa ha opposto alle scienze umane, in primis alla psicologia. Non credo fosse necessario questo ulteriore contributo di ‘vittime’, i cui numeri peraltro lievitano scandalisticamente, per rivedere la Ratio formationis dei seminari ed introdurre quel po’ di psicologia che aiuta la comprensione di sé e degli altri e permette di discernere meglio la propria vocazione.
Ma tutto ciò riguarda la Chiesa gerarchica, egregio Direttore, e la gerarchia ecclesiale rappresenta una minima parte della Chiesa universale, formata dai tanti cristiani che, con la loro libera coscienza, si ispirano ai principi evangelici per modellare la propria esistenza. Per riprendere la testata, aggiungo di ‘non credere’ molto a questo involucro umano della Chiesa istituzionale, connotato dalle antiche e sempre ripetute pecche (corruzione, carrierismo, ecc.); credo invece che la presenza divina sostenga la Chiesa nel tentativo di comunicare agli uomini il suo amore, nonostante tutto. Dio assiste il suo ‘meeting’ (Ecclesia) di uomini e donne, teologicamente ‘mistico corpo di Cristo’, nonostante i suoi governanti, che spesso sono più di intralcio che di aiuto. Basti pensare che Cristo ha ‘riunificato’ l’uomo con Dio Padre, mentre il Cristianesimo non ha fatto che ‘dividersi’ in nome di bizantinismi teologici, di interessi economici, politici, ecc. Questo è forse lo ‘scandalo’ cristiano più grande, che la contingenza storica obbliga a rimettere in discussione. Se la Chiesa fosse un’istituzione meramente umana, le lotte intestine l’avrebbero annientata sul nascere, prima ancora dei nemici esterni.
Gentile Direttore, comprendo bene come la ‘fede in Dio’ sia un presupposto non condiviso dalla sua rivista, ma forse si può convenire sull’uso informato e critico della intelligenza umana.
Infine, e con ciò concludo, mi sono chiesta se il taglio unilaterale della rivista non rischi di isolare, quasi di ‘ghettizzare’ i noncredenti; non sarebbe più proficuo aprire al confronto con i credenti di vario genere, favorendo così quell’interazione che meglio contribuirebbe a definire le identità, e degli uni e degli altri? Che creerebbe conoscenza e rispetto per la diversità, favorendo la civile integrazione delle libertà, in questa Italia che mi sembra boccheggiare di fronte alla ormai necessaria sprovincializzazione, impostale dall’attuale congiuntura storica?
Auguro a lei ed alla rivista un futuro roseo ed aperto. Le porgo i miei più cordiali saluti.
suor Luisa Fulci


Sorella Luisa,
a parte invitarla a leggere l’editoriale di questo fascicolo a riguardo del “Dialogo” da lei giustamente auspicato, non aggiungo una sola parola alla sua lettera scritta con grande apertura di intelligenza e di cuore, e che condivido. Per quanto attiene a quel quantum di sofferenza che traspare dalla sua lettera, si consoli: per quegli stessi motivi soffriamo insieme, perchè ciò che lei lamenta dispiace anche a me, e la sua domanda di spiritualità giustizia e amore, che mancano alla Chiesa cattolica di oggi, quella che ha coperto scandali e crimini orribili, è anche la mia. Conosco troppi preti privi di anima ma tronfi di ortodossia e capaci solo di ripetere le frasi fatte della loro gerarchia, preti che hanno coperto i pedofili della loro cerchia ma rifarebbero i roghi per i noncredenti. Se la sua chiesa fosse come lei la vorrebbe, la laicità sarebbe una realtà etica e forse questa rivista non avrebbe motivo di esistere. L’incontro casuale con lei che ha voluto scrivere a NonCredo è motivo di soddisfazione per me, e spero anche per i nostri lettori. Anche e non soltanto per questo, Sorella Luisa, le auguro di tutto cuore ogni bene, oltre a sentirmi unito a lei dalla scommessa di Blaise Pascal: chi la vincerà di noi due? Con grande considerazione e affettuosa stima.

Speranza, Obbedienza e Libertà

Gentile direttore,
Da molti anni mi sono riavvicinato alla Chiesa Cattolica e traggo serenità dalla Fede. Non comprendo per quale motivo si debba propagandare l’Ateismo contro le diverse Religioni. Perché togliere la Speranza in chi crede? Con i migliori saluti.
Alberto Bertolucci


Gentile Sig. Bertolucci,
Togliere la speranza sarebbe un atto velleitario e nonmorale, e non si fa. Non lo fareimai io e non lo fa NonCredo, che si limita a proporre cultura ad un pubblico adulto e colto. La ricerca della verità possibile, invece, è una cosa diversa: non vuole togliere speranza, ed è fatta con serenità come nella filosofia, o con seria ricerca come nelle scienze. A me dà molta serenità interiore e partecipativa, e non mi toglie la libertà di indagare senza scafandri dogmatici. Partecipare al mondo, secondo me, è anche guardarlo con occhi propri autonomi. La funzione di NonCredo è solo quella di proporre visioni diverse alla libera valutazione del lettore. La fede? Secondo me ogni fede, proprio perché tale, consiste nella fede in una fede altrui, che è arrivata fino a noi in qualche modo. Ho il più grande rispetto per la sensibilità di chiunque, e cerco soltanto di fare anche conoscere la bellezza del pensare in proprio in un amorevole orizzonte etico e noetico. Non vivo in funzione del problema di dio-sì o dio-no, ma trovo che le religioni istituzionalizzate, dogmatiche e gerarchiche, oltre a dividere tragicamente gli uomini, postulano una totale abdicazione in ambito cognitivo ed etico. Mi piacciono i personaggi che “cercano”, come Ulisse e Prometeo, e aborrisco l’obbedienza religiosa, per fede, che è arrivata ad armare la mano di padri contro figli per compiacere il proprio dio, come nei miti di Ifigenia e di Isacco.

Quanto durano le religioni?

Gentile dottor Bancale,
Ammiro ed apprezzo la sua rivista NonCredo, ne condivido i temi, ma quali possono esserne i fini? La Chiesa cattolica resta così incombente in Italia, vi impera da circa due millenni, non è più un impero o un regno ma il suo potere, mutatis mutandis, mi sembra più o meno inalterato. Non ci sono precedenti nel mondo di “rivoluzioni” contro le religioni: secondo lei chi o che cosa ce la può togliere da dosso? E cosa fare?
Michela Andrei


Gentile Sig.ra Andrei,
Vi sono degli assoluti biologici che vanno onorati: nutrirsi per sopravvivere, accoppiarsi per assicurare la continuità della specie, coltivare amore, libertà e giustizia affinché vivere possa avere un senso, comprendere la natura della sofferenza per poterla superare. Ma dove è scritto mai che si debbano subire le capricciose ideologie di tanti disparati cleri e religioni di cui, per giunta, se d’un tratto scomparissero, non se ne accorgerebbe nessuno e tutto proseguirebbe normalmente sul sentiero dell’evoluzione e della Storia? Che è poi ciò che è sempre ed infinite volte avvenuto nel corso dell’avvicendarsi e susseguirsi di civiltà e culture umane a partire innanzitutto dalle loro religioni: veda Greci ed Atzechi, Sumeri ed Inca, Egizi e Romani, Vichinghi, Etruschi, Minoici, Navajo, Inuit, Ittiti, Celti, Bon e via. La morale? Signora, bisogna saper attendere.

Perchè Carducci?

Egregio direttore,
sono un insegnante di lettere e mi colpisce la frequenza con cui lei cita un nostro grande poeta e premio Nobel, Giosuè Carducci, che oggi però nelle scuole è quasi caduto nell’oblio. C’è un particolare motivo? Grazie.
Nicola Palaia


Gittò la tonaca Martin Lutero, gitta i tuoi vincoli uman pensiero.
A te, dell’essere principio immenso,materia e spirito, ragione e senso;
sacri a te salgano incensi e voti! Hai vinto il Geova dei sacerdoti.
Questo è il Nostro. E le sembra poco?

Anche questa è l’Italia

Sono credente, Cattolico Romano, e spero che un giorno anche voi ritroverete la Fede in Nostro Signore. Questa sera pregherò per voi e per la vostra conversione.
A.C.
Voi predicate la desertificazione delle anime che sono l’elemento distintivo fra gli uomini e le bestie. Voi uccidete, oltre che la Tradizione, la gioia e la speranza. Voi siete i figli della Ragione e quindi della nefanda rivoluzione francese. I vostri successi, purtroppo oggi innegabili, sono la morte della civiltà. I miei valori sono assolutamente antitetici ai vostri e si ispirano a Dio, alla Patria, alla Monarchia. Con voi nessun dialogo, mai. Non voglio neanche sentirvi nominare.
U.d.A.


Amicus Plato sed magis amica veritas.

Evocatio e tolleranza del politeismo

Caro dottor Bancale,
sono perfettamente d’accordo con quanto lei ha scritto nel primo fascicolo di NonCredo sull’intolleranza, nata nelle religioni col monoteismo. Diversamente da questo, infatti, il politeismo è un sistema religioso tendenzialmente tollerante. Il motivo è semplice: laddove il primo nega l’esistenza di altre divinità oltre al dio unico, il secondo opera in senso opposto. Ciò include anche il riconoscimento e il rispetto degli dèi del nemico. La religione romana, ad esempio, era particolarmente «aperta» ed «inclusiva». Tra le conseguenze di questa impostazione vi era non solo l’accettazione e la dignità dell’«altro» sul piano divino, bensì, di più, una continua tendenza all’omologazione e all’assunzione delle divinità straniere. Nessun dio, per quanto «straniero», era accostato senza il dovuto rispetto, rischiando dunque che si adirasse, né se ne negava l’esistenza: al massimo, come nel caso del Cristianesimo, ci si opponeva a possibili conseguenze sociali e politiche ma non si contestava mai la realtà delle altre divinità. Altro esempio rivelatore: soprattutto in età arcaica, quando i Romani assediavano una città, ricorrevano talvolta ad un particolare rito, l’evocatio, tramite il quale si provvedeva ad ottenere che la divinità tutelare della città abbandonasse la propria sede e i suoi protetti, acconsentendo a trasferirsi a Roma. I Romani infatti, distinguendo attentamente tra abitatori umani e divini del luogo, non potevano prescindere dall’assenso divino alla conquista: diversamente si sarebbe commessa un’empietà e messa a rischio la pax deorum («la pace data dagli dèi»), cioè il patto che legava Roma ai propri dèi.
Giorgia Ferri


Gentile Sig.ra,
grazie per il suo contributo. Sono d’accordo con lei: la logica del monoteismo è un peggioramento della regola del terzo escluso, perché esso implica anche che secundum non datur; è un aut-aut velleitario e metafisico che riflette un desiderio di potere assoluto su tutto e su tutti. Il “patto dell’alleanza” con cui il popolo ebraico fantasticò di essere l’unico popolo “eletto”, pour cause, da un certo loro dio è forse il più riuscito esempio di narcisismo collettivo ed etnico della storia, dopo di che “lo Stato sono io” o “dopo di me il diluvio” diventano quasi trascurabili. Nei vangeli cristiani la frase perentoria “o con me o contro di me” detta da Gesù di Nazareth è ben scandita e chiara e la storia ci è testimone delle sue conseguenze, mentre la lotta agli “infedeli” del monoteismo dell’islam non è da meno. Mi perdoni la divagazione, ma le sue considerazioni mi fanno ricordare la frase con cui Carducci rivendicava la sua genuina credenza nella religione greco-romana e nel suo umanizzato politeismo, ma anche il Pirandello di “Uno, nessuno, centomila”, dove io, se il numero si riferisse agli dèi, opterei per il nessuno, ritenendo però che anche il centomila mi garantirebbe bene dai danni dell’uno.

Fanatismo e sopravvivenza

Gentile dott. Bancale,
ho letto con interesse il suo articolo sul relativismo delle religioni e lo condivido. Anzi, dico di più: relativismo per relativismo, innumeri sono i casi di persone che abbandonano le religioni, o che abiurano per i motivi più vari, ovvero si fanno convincere dalle orde di missionari delle più varie credenze. E, comunque, le religioni rimangono una categoria psico-sociale comune a tutti i tempi e a tutte le latitudini. Così come per le lingue: si nasce parlandone una, vi si cresce e poi, se si emigra, si cambia lingua senza drammi con molto pragmatismo. E allora, poiché questi dèi nessuno li ha mai visti o incontrati e tutto si regge sul mito, sul racconto, sul “così mi hanno detto”, così come scrive lei nel suo articolo, che senso ha, nelle sempre odiose persecuzioni religiose, il farsi trucidare per non convertirsi alla religione al momento dominante? Qualunque religione ha comunque un’etica, un consolante aldilà e una liturgia cultuale che contenta i semplici. Di fronte alla vita o all’incolumità il resistere alla “conversione” si riduce solo ad un caparbio autolesionismo, quando non suicidio. Si dice che i cristiani entrassero cantando tra i leoni del Colosseo. Non ci credo, ma se così fosse non ci sarebbe maggiore stupidità umana scritta col sangue del fideismo.
Alessandro Bernardini


Caro Bernardini, non potrei condividerla di più. Un conto è la giudea Masada, che vuol dire lotta per la libertà e non diventare schiavi, altro è cambiare religione come facevano i marani ebrei ed i moriscos saraceni in Spagna: pur di salvarsi e continuare a vivere si mimetizzavano e intanto continuavano clandestinamente a venerare il dio che gli pareva. Ritengo sia vero che è meglio un soldato vivo che un martire morto, e ritengo pure che il fanatismo rimane una pericolosa metastasi sia per la logica che per lo spirito di sopravvivenza.

Perché NONCREDO è apolitico

Gentile direttore,
sono stata piacevolmente sorpresa dalla novità NONCREDO, piacevolezza che riguarda tanto l’ampiezza delle tematiche toccate, quanto la grafica adottata; qualche perplessità la conservo, ma forse solo perchè la rivista non ha avuto ancora modo di esprimersi a pieno, circa la “tendenza” della sua pubblicazione. I riferimenti in copertina al paese, alle leggi condivise, come vanno interpretate? Dopo i tanti stucchevoli riferimenti al “moderatismo” da parte del mondo cattolico non state forse rischiando di costruirne uno nuovo di sapore laico ma, in fin dei conti, assai simile? In attesa di capire meglio da che parte volgiate lo sguardo, continuerò a leggere attentamente i prossimi numeri.
Michela De Fusco


Gentile sig.ra De Fusco, grazie per le domande. Debbo precisare innanzitutto che se per “tendenza” lei intende una coloritura politica di base, noi le abbiamo programmaticamente sostituito un progetto culturale ed etico. Il cuore della nostra proposta è proprio nella trasversalità politica, economica, razziale, di genere, età, ecc. che ci caratterizza. Lo scopo prefissatoci non è né quello di costruire un nuovo moderatismo laico né, men che mai, quello d’impostare una qualsivoglia forma di estremismo. Oltre, e prima di qualsiasi “-ismo”, siamo interessati solo a proporre valori di civiltà laica che, proprio perchè laica, siano universalmente accoglibili. Vogliamo, insomma, dare spazio ad una cultura e ad un’etica completamente svincolate dai credi religiosi e da qualsiasi necessità di essi, ma rispettosa di tutte le idee, maggioritarie o minoritarie che siano. Proprio per questo, mi creda, etichette come “destra”, “centro”, “sinistra”, non si attagliano a NONCREDO né oggi nè in futuro, ma, almeno per noi, rimangono, come è giusto che sia, pertinenti al “privato”. E lì restano.

Cardinale Martini e Corriere della Sera

Gentile dott. Bancale,
ricollegandomi alla nostra conversazione sulla sua Fondazione ReligionsFree e sulla rivista Noncredo di prossima pubblicazione, date le sue posizioni, desidero conoscere il suo pensiero sull’ultima manovra antilaica registrabile in Italia, e cioè la rubrica a piena pagina a firma del cardinale Carlo Martini sul Corriere della Sera. Dopo la politica nazionale e locale, la scuola ed i vari TG televisivi, adesso tocca assistere anche alla capitolazione del massimo quotidiano italiano alle esigenze di “colonializzazione” della chiesa cattolica. Cosa al mondo può averlo suggerito (o imposto) a via Solferino? Grazie.
Giancarlo Pellegrini


Le mie idee sono certamente quelle che lei conosce, però vedrei l’evento cui lei si riferisce in una chiave diversa. Leggo il Corriere ogni giorno da sempre, lo stimo e mi fido. Convengo che la rubrica di una intera pagina per Martini, sia pure una volta al mese, possa essere spiazzante per un noncredente come lei e come me, però è anche offerta ad una persona che stimo molto, serena, colta e, creda pure, neutrale. Credo che il Corriere abbia perso molto di più su questo versante quando ha esibito la vice-direzione di quel Magdi Allam fino al suo esibitissimo salto della quaglia, nonché rimpiazzando con lo schierato Messori l’ attendibile e quasi illuminista Sergio Quinzio. Debbo riconoscere al gesuita arcivescovo cattolico Carlo Martini di aver intuito, con profondo sentire, il ruolo dei non credenti ben prima di Obama e di Noncredo, istituendo molti anni fa la sua “Cattedra dei non credenti”, collana di ottimi libri su etica e scienza, che sembra parallela a quella su pari tematica scritti dal Dalai Lama, ma con una differenza: che Martini faceva scrivere quei libri da atei. E li divulgava. E ne condivideva la funzione di avvicinamento degli uomini tra loro senza separazione di barriere confessionali. E le pare poco? “Noi possiamo acquisire dalle religioni orientali quella profondità contemplativa e quel senso di silenzio che abbiamo perduto nella religiosità occidentale” sono parole di Martini. E così anche: “Il non credente non sente i valori trascendenti, ma desidera avere qualcosa cui appoggiarsi, ed è perciò possibile stabilire un dialogo nella ricerca di punti di riferimento per un’azione morale, per impegnarsi a realizzare un vero bene umano condiviso da tutti”. Ma questo è il programma di Noncredo! E ancora: “La critica dei non credenti ha portato la Chiesa a correggersi e ampliare i suoi orizzonti: hanno donato ai giovani la tolleranza, abbiamo sentito che condividevano i nostri obbiettivi fondamentali e vedevano spesso percorsi migliori, individuavano i dolorosi limiti della Chiesa. Si avvertiva la loro amicizia”. Caro Pellegrini, questo è l’uomo; come noncredenti diamogli fiducia e stiamo a vedere. Saranno sempre parole forse dottrinalmente di parte, ma certamente di pace e di amore. Insomma in una chiesa cattolica inquinata ovunque dai suoi tanti preti pedofili, oltretutto clandestinamente protetti ai massimi livelli, (lei ricorda tale Maciel fondatore dei “legionari di Cristo” pubblicamente definito “un insigne criminale” dal teologo Kung amico e collega di Ratzinger?), in una chiesa in cui lo spirito di potenza pare giustificare, come sempre, compromessi non certo morali (ricorda lo spregiudicato vescovo Marcinkus capo della disinvolta banca vaticana IOR?), in una chiesa dove vengono imposti potenti proconsoli come il nostro furbissimo Ruini, ebbene il mio parere è che magari ce ne fossero tanti di più di Carlo Maria Martini.

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