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Solidarietà e sensibilità
Parlando di etica, usate spesso l’aggettivo “solidaristica” che a me piace e condivido. L’etica,
lei mi insegna, fonda molto sulla sensibilità o anche “empatia” E allora, senza entrare in
politica ma restando nell’etica dettata dai sentimenti verso l’altro, in un momento molto difficile
economicamente per tante famiglie italiane, televisioni e giornali hanno riportato questa
frase detta con vanto in pubblico dal nostro capo del governo: «Mi vogliono mandare a
casa? Mi pongono il problema di scegliere quale casa, perché io ne ho venti». E sapendo di
quali fastose ville tracolme di costosa servitù si tratti conoscendo il personaggio, mi chiedo
e vi chiedo con quale spirito, animo o faccia il capo di un popolo che soffre se ne può uscire
in questo momento con questa espressione così narcisistica, cinica nonché “solidaristicamente”
squallida. Voi che esaltate l’etica solidaristica come lo commentereste?
Pucci Vinci
Esattamente come l’ha commentata lei
Il do ut des delle missioni
Colgo l’occasione per dire che ho veramente apprezzato l’editoriale “Missione” su Non-
Credo. Sono un medico appena tornato da un lungo periodo di lavoro all’estero ed ho deciso
che mai, mai più andrò a collaborare con istituzioni religiose cattoliche. Ho sempre
cercato di evitare di lavorare in ambienti religiosi, ma pensavo che magari i “missionari” di
oggi mettessero in primo piano l’amore del prossimo… ebbene, in una struttura dove ho lavorato
e che offriva alloggio e scuola alle ragazze dei villaggi vicini, ho scoperto dopo poco
che l’indottrinamento era continuo e ossessivo; a volte per penitenza le ragazze dovevano
mangiare in ginocchio, con il piatto in mano! Nell’editoriale citato si è giustamente sottolineato
che quella dei religiosi è una falsa filantropia; il pagamento avviene nella moneta sonante
della conversione alla loro ideologia.
Gianni Simonati
La cosa non sorprende, ma se è arrivata a indignare lei che è un medico deve trattarsi di episodi assai
spiacevoli. Parlano di amore per il prossimo, ma il più delle volte è amore per se stessi, per l’ideologia
e per l’espansione dell’istituzione. Peccato che a farne le spese, che se ne accorgano o no, è della
povera gente che si fida e si affida con speranza.
Privacy
Inviarmi un messaggio su NONCREDO è violazione di privacy. Chi vi ha autorizzato ad inviare
un messaggio sulla vostra rivista? Il Signore nostro DIO è uno solo: quello cristiano.
Signore perdonali perchè non sanno quello che fanno.
Paolo Martucci
E’ esperienza comune che tutti riceviamo per posta, per mail, ora anche per telefono, tanta pubblicità,
e visto che lei invoca la sua divinità, cosa dire di tutte le decine di messaggi o rivistine con ccp ben
in vista che chiedono sempre SOLDI (NonCredo non lo ha mai fatto) inviati da monasteri, diocesi,
parrocchie, santuari, enti francescani, sedicenti missionari ed ecclesiastici che noi italiani riceviamo,
che non abbiamo mai richiesto, di cui non ce ne interessa niente, e che ci riempiono le cassette postali:
non è altrettanto una violazione di privacy? Certo che lo è, e ce la teniamo, cestinandole in silenzio,
con quello spirito di tolleranza che è il sale della democrazia e della convivenza, mentre è infantile la
visione catechistica di tirare in ballo in questa circostanza un vostro dio col quale l’hanno condizionato
fin da bambino come i cani di Pavlov. Si svegli, se ce la fa, e viva la realtà senza nevrosi, ami gli
altri, sia etico, morale, spirituale, sereno, tollerante prescinda dal suo ego, accetti di non pretendere
di essere l’ombelico del mondo e vedrà che quel “dio” ritornerà da solo nel libro delle fate con biancaneve,
pinocchio e peter pan, mentre il mondo e la vita continueranno ugualmente a esistere e funzionare
come sempre, senza l’ausilio del suo feticcio e di altri similari.
Miracoli e leggi fisiche
Mi è capitata per le mani la rivista NonCredo, il fascicolo n.10 , nel cui articolo di apertura
si irride al concetto ed all’evento di “miracolo”, chiamandolo anche monstrum, portento e
prodigio, esemplificandoli con il sangue di S. Gennaro a Napoli e addirittura con il miracolo
della Resurrezione di Nostro Signore. A me sembra un discorso empio che nega non
soltanto l’esistenza di Dio ma ancor più il Suo amore e interesse per noi che Lo portano ad
intervenire con tutta la Sua bontà negli umili eventi umani. Mi auguro che un giorno siate
capaci di aprire cuore e mente alla bellezza del miracolo come reale prova dell’amore di
Dio.
Renato Carapezza
E’ una questione di punti di vista. Il “miracolo” esprime credulità, speranza e ignoranza contro
ogni evidenza della realtà, che invece ci mostra con evidenza sia le cose possibili, poco o tanto, sia
quelle impossibili. Queste ultime sarebbero i miracoli se ipotizzate vere. Lei ci crede e la affascina,
noi no. Un evento può essere improbabile, anche altamente improbabile, ma se avviene, non c’è dio
(il suo o gli altri) che tenga, vuol dire che NON è “impossibile”. Vuol dire che, a parità di condizioni,
è fisicamente, meccanicisticamente, matematicamente, scientificamente possibile, e quindi ricostruibile,
ripetibile, studiabile per quanto raro o rarissimo esso possa essere.
Realtà e speranza nelle religioni
Sono un abbonato a NonCredo e quindi vi leggo con continuità e condivisione, mi proclamo un “noncredente”, così come
lo scrivete voi, senza altri attributi o metafisiche, ma desidero porre un quesito. Anche leggendo le lettere di molti altri vostri
lettori mi sono rinforzato nell’opinione che se è vero che non credere ci lascia più autonomi e responsabili, è anche vero
che ci toglie quella via di fuga che hanno i credenti e che si chiama “speranza”. Quale delle due strade conti di più per me,
ovviamente è la prima, però non soltanto non sottovaluto la seconda ma anzi la considero la vera piattaforma su cui poggiano
e si reggono tutte le religioni. Caro direttore, lei avrà certamente una sua risposta al mio quesito e, se non chiedo
troppo, vorrei conoscerla e misurarmici.
Fabio Righini
Grazie per la sua lettera e per il garbo che la impronta. Sulla speranza lei ha ovviamente ragione proprio come “via
di fuga”, come lei la chiama, ma purtroppo si tratta di una fuga da se stessi e dalla realtà, come un placebo, una
droga, uno psicofarmaco. La speranza, al di là del valore psicologico che le si attribuisce nella stocastica e nel calcolo
delle probabilità, è soltanto un mero pensiero visionario, una personalissima costruzione velleitaria senza alcun fondamento,
lapalissiana quanto ovvia come dire che sarà sempre meglio vincere una lotteria che avere il cancro. Il suo
sottofondo umano lo espresse già Spinoza dicendo «Non c’è speranza senza timore, né timore senza speranza», ove
il timore riguarda una mera, soggettiva propensione affinché un dato evento avvenga oppure non avvenga, ma come
i sogni, le sbornie o i deliri è totalmente fuori da qualsiasi realtà, quella cioè che fa capo al “qui e ora”. Ha un senso
affidarcisi come avviene nelle religioni? E a quanto di reale si rinuncia in cambio di questo quid surreale? Se poi psicologicamente
aiuta, per carità, si faccia pure ciò che si pensa che possa giovare, basta però non ignorare di che
pasta è fatto. Questo è il compito del razionalismo, cioè riportare le cose e i concetti al livello normale. Ciò mi fa ricordare
una famosa frase di Freud quando disse che la psicoanalisi serve per curare il disagio umano trasformando la
sofferenza nevrotica in sofferenza normale. Dove “normale”, in entrambi i casi, vuol dire realtà.
Cultura e non “fede”
Nel vostro sito voi chiedete quale sia il rapporto del lettore con la fede (non credente, ateo, agnostico, devoto, altro):
libero, mi vien da dire, non coinvolto. Non detengo sentimenti religiosi e soffro della inevitabile “ragnatela” (anche
interiore) in cui mio malgrado sono inevitabilmente invischiato per il semplice fatto di essere nato e cresciuto in una
cultura impregnata – come tutte le culture, penso – di religione; nel mio caso: cattolica. Ho frequentato ambiti
Buddhisti in anni passati (Thanavaro Bikku, Corrado Pensa e Tae Hye Sunim, a cui mi sento sempre vicino). Sento il
Buddhismo come una Cultura piuttosto che una “fede”. Ho trovato nel Teatro, da pochi anni, la forma di pensiero
che più mi è consona, anche dal punto di vista spirituale (dove per me “spirituale” è termine che sintetizza: accettazione,
umanità attiva, tolleranza, disincanto, impegno, presenza mentale; inoltre: gioia, semplicità, rispetto e tanta
autoironia). Buddhismo – le tracce di questo depositate in me – Teatro e Psicologia Cognitiva sono punti cardinali
interiori per me di riferimento.
Fondamentalmente rimango un frequente peccatore, a volte inconsapevole e, per la ragnatela di cui sopra, impantanato
in qualche senso di colpa.
Angelo Caivano
Vede che sforzi immani è necessario mettere in atto (e pochi ne sono capaci) per cercare di superare il condizionamento
(familiare, scolastico, sociale, culturale) che con violenza subliminale ma ininterrotta ci viene iniettato nella
psiche dalle religioni e dai loro riti fin dalla nascita (battesimo, circoncisione ecc.)? Lei ha avuto la forza e la determinazione
per cercare di liberarsi dall’“imprinting” cattolico, di ricorrere a tre stupende terapie di consapevolezza e
indagine interiore quali il Buddhismo, il teatro e la psicologia cognitiva, eppure questi antidoti non riescono a liberarla
del tutto dall’intossicamento religioso, come dimostrano i sensi di colpa che lei ammette, connessi ai concetti
catechistici di “peccati” introiettati attraverso il suo non completamente rimosso cattolicesimo. Comunque auguri e
complimenti: è su un’ottima strada.
Dio vuol dire “essere”
Il grande teologo dell’Islam al-Ash’ari (873 – 935), come si legge a pag. 47 di NONCREDO, ha compilato un minuzioso
elenco di tutto ciò che dio non è. Esso non trova corrispondenza in nessuno degli infiniti concetti o delle infinite
immagini che gli uomini si son fatti di dio nel corso dei millenni. Condivido appieno. Ha però omesso di precisarci
cos’è dio. Glielo dico io: dio è l’impossibilità di non essere; è un imperativo: essere. L’essere è regolato da una
legge suprema e inviolabile: evolvere. L’essere prescinde da un creatore perché, come ebbe a dire Feuerbach, senza
essere sarebbe il nulla che, invece, è assurdo e repellente a sé stesso.
Guido Giglio
Ci può stare, amico lettore, ci può stare.
Non c’è posto per l’astio
Temo che il carattere di NonCredo sia spesso astioso nei confronti della chiesa, negando i molti meriti anche sociali
che la chiesa stessa ha fornito nel corso del tempo. Ad esempio, salvò i testi della cultura pagana e assicurò la sopravvivenza
alla povera gente del medioevo, in un periodo, cioè, nel quale mancava un potere centrale. Persino Carlo
Magno non fu in grado di provvedere, se non in minima parte. Insomma, la chiesa fece molto di più, attraverso i
monasteri. Ora, demonizzarla completamente, mi sembra un esercizio un po’ gratuito, dotato di non poca presunzione:
che ha fatto e che fa il mondo laico da un punto di vista morale?
Letizia Domiziani
Se lei ha percepito “astio” nelle parole mie o di NonCredo me ne scuso: non conosco e non coltivo questo sentimento, il
buddhismo fortunatamente mi ha introiettato il senso del distacco senza concessioni surrettizie all’Ego, però questo non ha
nulla a che vedere con il vivere e perseguire degli Ideali. E questo vale sia per me che per NonCredo
Nascere o non nascere?
Nascere o non nascere? Io credo che se la coscienza precedesse la nascita e le fosse data la possibilità di scelta, opterebbe
per la non nascita. Tanto nella morte, salvo la brevissima parentesi di vita, abbiamo “vissuto” e continueremo
a “vivere” per tutta l’eternità. Perché raccattare un misero penny onusto di dolori e patimenti più che gioia e serenità?
Guido Giglio
Concetto intrigante: non ci avevo mai pensato, ma per ora ci tocca vivere.
I noncredenti sono soli?
Sotto il profilo antropologico credere a un principio-origine-causa “comune a tutti” i componenti di un gruppo sociale
ha determinato le prime aggregazioni umane creando la socializzazione attraverso la comune appartenenza a una
“identità di gruppo”. Per altro verso tutte le guerre più sanguinose e i genocidi della storia antica sono nati da tale
identità, la si chiami tribù, etnia o patria. Constatato storicamente che non sono mai esistite società arcaiche atee
(era un favola messa in giro dai marxisti dell’800 e del primo ‘900) la domanda resta: perché è stato storicamente
possibile aggregare gli uomini sotto una “credenza” e mai sotto una “noncredenza”? Una risposta immediata è che
è accertato che una credenza comune “lega” gli uomini tra loro e la noncredenza no.
Io penso che ci sia però anche una ragione evolutiva: la credenza fa sperare ed unisce in un “noi” l’individuo isolato
di fronte a un mondo ostile, la noncredenza ti lascia solo. Forse noi siamo un insieme di persone su base che potremmo
chiamare “spirituale”, legato dalla stima e dall’affetto personale, ma di fronte alla maggioranza e al mondo siamo
dei “soli”. Siamo difficili da aggregare su una base intellettuale comune poiché ognuno di noi ha una sua
Weltanschauung (visione-concezione del mondo). Ci vuole pazienza, costanza e determinazione, lavorando intellettualmente,
ma sapendo anche aspettare che maturi una società diversa (gli scandinavi ne sono l’avanguardia). Solo
ad un certo livello intellettuale la noncredenza può assumere una forma filosofica capace di “aggregare”, ma secondo
me questa nuova visione filosofica è ancora troppo incerta (o è vissuta nell’incertezza), oppure è prematura (almeno
in Italia), oppure è semplicemente ignorata. Ciò però deve esserci di stimolo per creare un futuro di legittimazione
della noncredenza per i nostri discendenti.
Eugenio del Buono
Contrariamente a ciò che ritengono i credenti, essere noncredente è una posizione culturalmente elitaria, informata,
colta e ricca di ricerca, dubbi e indagine, insomma apicale nella piramide socio-culturale di qualsiasi società. Allo stato
attuale non possono fare massa, non hanno un collante identitario poiché le motivazioni alla noncredenza sono individuali,
non emotive, non reattive e non autoconsolatorie. Il noncrdente a mio avviso non è un “solo”, ma certamente
è un “singolo”. Conforta però riscontrare che la percentuale di noncredenti è funzione almeno lineare dell’indice
di acculturamento di una società.
Le “Invenzioni” di Gesù secondo certo clero
penso che converrà che il linguaggio è determinante per la rappresentazione agli altri del nostro pensiero. Sono rimasto
molto sconcertato sotto Pasqua quando ho ricevuto una mail circolare da parte di un prete cattolico che dice
testualmente: “E’ Giovedì Santo, Giorno di Gesù che inventa l’Eucaristia e i sacerdoti”. Il concilio Vaticano II ci ha
abituato a tante revisioni teologiche, liturgiche, catechistiche, ma non avrei mai pensato, e sono cattolico, che si
sarebbe parlato di Gesù come si parla di grandi “inventori” come Meucci, Franklin, Edison o Marconi. Il suo parere?
Renato Bonavita
Guardi, per me Gesù di Nazareth è stato un personaggio molto grande nella Storia dell’umanità. Poi, però, se ha fatto
anche delle “invenzioni”, e se gli competono le relative royalties, potremo sempre andare ad accertarlo agli Uffici
Brevetti di Gerusalemme, Nazareth e Bethlemme, dove forse è già passato l’informato prete che le ha scritto.
Il sito e l’etica
Buongiorno, ho esplorato il vostro sito in cui si respira una atmosfera di libertà rara. Sono non credente da
sempre nonostante un’educazione familiare cattolica impegnata ed ho sempre vissuto questa mia realtà in
modo individuale con non poche frustrazioni. La vostra presenza mi ha fatto sentire improvvisamente meno
sola soprattutto dal punto di vista “intellettuale” ed etico.
Maria Teresa Monteverde
Il sito esprime quel che abbiamo dentro e i nostri ideali: siamo felici nel sentirla a noi vicina.
NonCredo per i nonvedenti
Ho visitato il vostro sito e sono molto contenta che ci sia qualcos’altro in rete oltre alle solite cose: complimenti.
Io però sono cieca da qualche anno e sono costretta a navigare, leggere e scrivere con una sintesi vocale e
uno screen reader (programma che converte in audio tutto il testo contenuto nella pagina web) e il vostro sito
non risulta il massimo dell’accessibilità: potreste provvedere?
Noi utenti disabili visivi siamo tanti, mai considerati in quel settore che ci appassiona e ci tiene legati alla realtà:
la lettura. Il braille non lo conosciamo tutti e una rivista elettronica come la vostra, che apprezzo immensamente
e che ci arricchisce, sarebbe molto importante averla accessibile in tutto e per tutti, navigazione compresa.
Certa che prenderà in considerazione le linee guida per l’accessibilità nel web e quanto Le dico in questa
mail, La ringrazio per l’impegno e l’informazione a 360 gradi che riesce a dare, complimenti.
Laura Raffaeli Presidente Blindsight Project
Come avrà già constatato, il nostro sito è stato immediatamente adattato alla sua richiesta. Inoltre, se lei e gli altri membri
della sua associazione lo desiderate, siamo pronti a venire incontro alle vostre esigenze culturali inviandovi i file .pdf
dei fascicoli di NonCredo resi tecnicamente leggibili per i vostri apparecchi. Mi faccia sapere, se crede. Infiniti auguri.
Dio e i dadi
Il dio di Einstein non “gioca a dadi col mondo”, è un dio deterministico, oggettivo, continuo, ecc. Oltre c’è il buio
probabilistico, il non deterministico, il discontinuo, c’è, in una parola, la Teoria dei quanti. Il dio degli scienziati diciamo
positivisti in senso largo deve essere, al contrario, un campione di metodicità, di determinatezza, prevedibile e
oggettivo, misurabile. Questo è un dio che non dispiace ad Albert Einstein, perché, nonostante il relativismo delle
misure, è attirato da un creatore che non giochi a dadi col mondo. A questo punto fra il dio vecchio deterministico
e relativistico e quello nuovo della meccanica quantistica c’è un contrasto insanabile. A questo punto interviene la
ninfa ambigua della matematica, che partorisce il figlio del compromesso, che darà tanti grattacapi ad Einstein negli
ultimi anni della sua vita a Princeton, questo figlio dispettoso sarà chiamato Teoria dei campi unificati. L’accettazione
di questa teoria è la riprova, ancora una volta, di un’anomalia intrinseca al pensiero occidentale, che chiamiamo del
dualismo cognitivo, già rinnegata dal primo cristianesimo proveniente dal filone ebraico, allo scopo di distinguersi da
quello greco (Cullmann). Tutti i vangeli concordano sul fatto che dio gioca a dadi col mondo, eccome se li gioca.
Perché dalla resurrezione di Lazzaro (Gv 11, 1-45) alla moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6, 31-34, Mt 14, 13-
21, Lc 9, 10-17, Gv 6, 1-13) fino alla resurrezione di Cristo (Mt 28, 1-8, Mc 16, 1-8, Lc 24, 1-11, Gv 20, 1-9), il
dio di Isacco e di Giacobbe dà segno di gradire le partite a dadi. Gli scienziati quantistici, verso i quali dialogo per via
elettronica, come ad esempio Anton Zeilinger, ci rendono sempre più convinti e avvicinabili cognitivamente a fenomeni
difficilmente comprensibili attraverso interpretazioni fisiche classico-relativistiche. Ad esempio ci parlano di teletrasporto
quantistico, fenomeno che una visione scientifica positivista–ottocentesca dei vari Piero Angela, non
sapranno mai decifrare senza tirare fuori la vecchia solfa dei trucchi, come hanno fatto per la Sacra Sindone, alla cui
autenticità io credo, prima che per fede per scienza. Per concludere, dio se vuole, può giocare ai dadi, anche a sbafo
della relatività generale e di Einstein, quest’ultimo detestava l’idea secondo cui l’incertezza e la casualità governassero
la fisica e di conseguenza la vita ed è stato questo il suo limite insuperabile verso la “meccanica quantistica”.
Roberto Ettore Bertagnolio
Mi pare un discorso esoterico tra iniziati, cui cedo il passo. Vedo che si soggiace sempre alla tentazione di definire
questo ipotetico “dio”, parola che però confinerei a quelli personali, antropomorfi, interventisti, suscettibili, alle
preci dei loro credenti e alle suggestioni tipo “Sindone”. Userei invece altro lessico nell’ambito della fisica, cosmologia,
mondo sub-atomico, meno letterario e teatrale, che potremmo andare a prendere in prestito da Giordano
Bruno o Baruch Spinoza. Comunque evviva la provocazione e felici di pubblicare eventuali confutazioni.
Ad occhio nudo
Mi sembra giusto e dignitoso guardare la realtà senza gli occhiali della religione, qualunque essa sia, perché
tutte le religioni, secondo me, ingannano e paralizzano la razionalità, l’intelligenza.
L’uomo, pregando, credendo, non pensa, non riflette e in certo qual modo si butta via, butta via le sue doti
intellettuali. Bene ha fatto Noncredo a promuovere questa crociata incruenta, ma decisa: le raccomando, egregio
direttore, vada fino in fondo, faccia valere ciò che di buono ha l’uomo in sé, che non è poco, anche se oggi
è svilito dal crudele materialismo.
Ettore Bobbio
Non dubiti, proprio perché, come lei dice giustamente, c’è tanto di buono nell’Uomo, e nessuno ha il diritto di
monopolizzarlo o, peggio ancora, di strumentalizzarlo
La religione come protesi
“Religions-free” è una gran bella cosa. Senza fanatismi l’uomo sarebbe un essere senz’altro migliore, più
responsabile, più coraggioso. Ma io credo che le cose vadano fatte con una certa gradualità, altrimenti rischiamo
di sostituire la religione con un’altra cosa, magari peggiore. Non sto dicendo che la religione dobbiamo
tenercela, sto dicendo che non è facile eliminarla correttamente.
Gli ultimi due secoli, e specialmente il secondo, sono stati privi della religione. Eravamo sotto il dominio del
materialismo (lo siamo tuttora), il quale ci ha regalato due guerre mondiali, massacri, campi di concentramento,
bombe atomiche, umiliando l’uomo come mai la religione è riuscita a fare (non penso si possa paragonare
la caccia alle streghe con la caccia agli ebrei, né le crociate alla brutalità nazista). Dunque, la religione è radicata
in noi: io dico ingiustamente, perché la vedo come una protesi inutile, ma stiamo bene attenti a gettarla
via. Intendo: stiamo bene attenti a gettare via ciò che essa rappresenta, solo così potremo raggiungere quell’umanismo
che ci compete. Noto che lei, caro direttore, si batte con impeto e competenza notevoli, con passione
invidiabile: la esorto a rendere tutto esemplare, assolutamente stimolante, profondamente suggestivo.
Claudio Maria Salvi
Sono pienamente d’accordo con lei, sia sul fine ultimo, sia sulla necessaria gradualità del metodo.
Sulle cremazioni
Ho letto e condivido il suo articolo sulla storica mancanza di credenziali perché si possa tentare di credere che alla
Chiesa cattolica competa anche un “magistero”. Ma adesso è troppo, ci prendono in giro al gioco delle tre carte. Paolo
Mieli, già direttore del Corriere della Sera, noto intellettuale e docente universitario di storia moderna, scrive a pag.
36 di quel giornale il 13 luglio a proposito di inumazione e cremazione: «Si è detto dell’opposizione della Chiesa cattolica
“per la quale era un’empietà perpetrare un’azione contro il corpo umano, anche se privo di vita, poiché esso
era stato donato all’uomo direttamente da Dio e sarebbe risorto insieme all’anima dopo il Giudizio finale”. Pertanto i
giornali cattolici si scagliarono contro l’incenerazione dei defunti cercando di descriverla nel modo più ripugnante».
Ma direttore, gli antichi sofisti con la loro eristica erano gran gentiluomini rispetto a questi spregiudicati saltimbanchi
falsi e opportunisti che nel loro cinismo giocano con i più alti sentimenti altrui: ma come si fa, con quale decenza
e senso morale si può argomentare da parte loro contro la cremazione dei cadaveri (atto tra l’altro anche igienico
durante le epidemie) quando hanno arrostito VIVI decine di migliaia di esseri umani per sei secoli quando a loro conveniva?
L’impudenza di questi saltimbanchi non ha limiti: forse è una espressione pesante ma io la sento così.
Roberto Battilocchio
Sì, l’espressione è formalmente pesante e non mi piace, ma assai più pesante, questa volta sul piano morale e
della coscienza, è il testo riportato da Mieli che davvero grida vendetta. E loro lo sanno, lo sanno bene, ma
fanno da sempre qualsiasi cosa a loro convenga. Purtroppo.
Spiritualità e fede
Io credo nella spiritualità e dunque non farei la distinzione tra credenti e non credenti che mi sembra piuttosto
riduttivo e manicheo. Credo che ogni essere umano abbia bisogno di una qualche forma di fede per poter
vivere in pace con la propria coscienza, e metterei dunque da una parte le diverse forme di fede tra cui i non
credenti razionalisti che comunque non possono dubitare del “mistero” anch’esso ritengo una forma di fede,
e dall’altra metterei gli appartenenti ad una credenza religiosa che secondo la mia visione altro non è che l’annullamento
della coscienza critica e l’assoggettamento ad un sistema di potere religioso. Anche perché il binomio
religione e potere è inscindibile, da cui ne consegue il notevole tasso di perversione che alberga in ogni
religione tradizionale (o di impurezza dovuta alla contaminazione del potere), e credo che questa sia la ragione
fondamentale del perenne conflitto tra religione e ragione.
Federico Romino
Anche io credo nella spiritualità come parte nobile di noi, ma non la confondo con alcuna fede.
Crocifisso desacralizzato visto da un cristiano
Rendere pubblico il crocifisso, appeso ai muri degli edifici del potere, è una moda che imperverserà nel tardo impero
romano d’oriente, da Costantino in poi, ed è una «desacralizzazione blasfema, surreale. Una scappatoia rifiutata anche
dai cattolici coerenti» (Enzo Marzi La stampa, 24 novembre 2008). Il professor Marzi se la prendeva con quella sconcertante
sentenza di un giudice veneto che affermava: «il crocifisso va ancora tenuto perché non rappresenta un simbolo
religioso, ma una caratteristica culturale del nostro paese». Il professor Marzi mette a fuoco la questione vera: il
crocifisso è spuntato alle pareti degli edifici pubblici, e nel momento in cui ciò è avvenuto, automaticamente è iniziata
la desacralizzazione. Quando s’appende un crocifisso in un luogo statale e non religioso, quel segno si desacralizza, ed
io come cristiano voglio battermi contro tutto questo. Mai un cristiano delle catacombe avrebbe esposto il crocifisso.
La croce era un simbolo di vergogna, rappresentava la nefanda morte da terrorista zelota, al massimo si usava il pesce
acrostico (Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio Salvatore), o l’agnello sacrificale, ma mai il simbolo del supplizio che i
romani affibbiavano ai terroristi del tempo. Rimarrà sempre incomprensibile per un cristiano il contrasto, come afferma
Trocmè, tra «l’esecuzione di Gesù come malfattore ad opera di un modesto funzionario romano, e l’appassionata
difesa dell’imperatore Costantino ai dibattiti dei vescovi sulla divinità di questo stesso Gesù». Da quel momento scompare
Gesù come servitore o come figlio dell’uomo e appare nel contempo il Kyrios Christos e, di pari passo, la Croce
appesa anche sui muri statali. Ma qui siamo già ad un cristianesimo che sfocerà in quelle immense immagini del
Pantakrator sulle volte delle chiese che assomigliano più a Zeus che al “Figlio dell’uomo”, e sono distanti dalla realtà
di quella povera gente che si guadagnava il pane a stento lungo il lago di Tiberiade. Il Cristianesimo ormai è sfociato
nella cultura ellenistica e da essa interpreta la linea del tempo, la sua cesura tra tempo ed eternità, non come quello
degli antichi ebrei, tra Eone futuro e quello presente, sulla stessa linea temporale (Cullmann).
Le radici culturali europee, da questo punto di vista, non sono cristiane, perché noi prendiamo per cristianesimo
ciò che è della cultura greco-ellenistica (argomento già trattato da me e da Augias in La Repubblica del
17/9/2003). Se vogliamo essere veramente cristiani dobbiamo ritornare ai valori catacombali, staccare le croci
come segno desacralizzante dai muri statali, ci bastano quelle appese dentro di noi, queste sono le croci più
vere e non quelle ministeriali–ipocrite, e per dirla col Poeta, «nel cuore nessuna croce manca».
Roberto Ettore Bertagnolio
Quanta hybris e quanta perdita di consensi nella arrogante imposizione erga omnes di un simbolo di parte nei
luoghi pubblici che dovrebbero invece appartenere a tutti, cioè ai “cittadini”.
Religioni, metafisiche e condizionamenti
In un numero di NonCredo, verso la fine dell’articolo, voi scrivete: " NonCredo e ReligionsFree quando parlano di credenti,
ovvero di”fedeli”, e di noncredenti sono convinti portatori di questa visione. Gli pseudo-dèi non c’entrano." Io
penso invece che il rischio di radicalizzazione non riguarda solo le religioni storiche, ma qualsivoglia ideologia che sostenga
la realtà del divino quali che siano forme, connotazioni e attributi configurati in una "credenza". Sono però d'accordo
sul fatto che le religioni individuali o "fai da te" siano molto meno pericolose di quelle storiche e istituite, ciò almeno
ai fini sociali, ma niente affatto ai fini "culturali". Gli pseudo dèi tipo: l'"essere", l'"origine", il Logos, lo Spirito, l'Assoluto o
l'"origine" di Severino ecc. sono diastrosi per la cultura, perché insinuano non un concetto di "dio" bensì un concetto di
"divino", come origine e causa primaria, assai più profondo e pervasivo. Le religioni sono facilmente smontabili, le metafisiche
no, perché gli strumenti logici e dialettici le "camuffano", riuscendo a farle passare in qualche caso addirittura
come atee (vedi Spinoza) ma portando completamente fuori strada per il conoscere. Pensi a quel che è successo ad
Einstein, che essendo un credente nel dio di Spinoza ha tentato fino alla morte di negare realtà all'indeterminazione
quantistica che Werner Heisenberg aveva scoperto già nel 1925 e che è stata confermata nel resto del XX secolo e all'inizio
del XXI. Einstein era un genio della fisica ma una "credenza religiosa" gli ha impedito di capire l'essenza del mondo
subatomico. Posso dire questo del più grande genio della fisica (dopo Galileo e Newton) perchè ne sono un grande estimatore,
sia come uomo e sia per la Teoria della Relatività Ristretta e in parte per quella della Relatività Generale. Ma
quella sua credenza nel dio-Necessità lo ha indubbiamente tradito non permettedogli di capire la realtà.
Angelo Amaldi
Non c’è dubbio che la prima delle libertà è quella dagli “Imprinting”, anche quelli di tipo intellettuale, per non
parlare di quelli culturali.
Il "relativismo cristiano"
Mi sembra che sulla sua rivista scarso spazio sia stato riservato finora a quello che io definisco il “relativismo cristiano”.
Il sintagma potrebbe risultare blasfemo, se non fosse usato ad indicare quei seguaci della “Parola di Dio” che
non si considerano detentori di verità assolute, ossia sciolte (ab-solute) dalla consapevolezza della parzialità di ogni
conoscenza e giudizio umani e della imperscrutabilità del giudizio divino. Non sto tracciando qui l’identikit del
costruttore di quella religione “fai da te” tanto invisa alle attuali gerarchie cattoliche, ma rammentando l’esistenza di
una tipologia di cattolici che non si identificano con quelli che sul Verbo costruiscono certezze dogmatiche e incrollabili
valori identitari. Si tratta di figure come, per esempio, quella di don Gallo che, nella sua autobiografia
(Angelicamente anarchico), a proposito del dibattito sulle “radici cristiane” dell’Europa, parla di un cristianesimo che
non è cultura identitaria, ma che si in-cultura, ossia «abita le case degli uomini», realizzando così evidentemente la
dimensione universale, ovvero cattolica, del cristianesimo. Dell’autobiografia di don Gallo diverse pagine sono interessanti
in relazione al tema del relativismo: si tratta di quelle in cui il sacerdote genovese narra episodi di vita, esperienze
concrete vissute nella sua comunità, che fanno comprendere la complessità del reale e dunque la necessità di
sospendere il giudizio ogniqualvolta questo si configuri come risposta univoca e rigidamente dogmatica a una realtà
problematica e complessa che si sottrae a facili interpretazioni moralistiche. L’unico insegnamento, allora, l’unico
dogma che viene fuori dalle pagine di don Gallo è l’amore per l’Uomo, specie di chi vive nella solitudine e nell’emarginazione.
La sua fede, al di là di ogni codificazione dogmatica, si confonde e diventa un tutt’uno con la speranza:
«Non vi so dire se Dio c’è o no, ma voglio sapere in che cosa sperare. Che cosa sperare? Se una persona ha una speranza
timida, allora Dio non esiste. Se non ne ha nessuna, Dio non c’è. E se qualcuno non ha speranze e va in Chiesa
per pregare Dio, il suo Dio è un idolo. Bisogna sperare l’impossibile, perché Dio è dopo l’impossibile. (…) Io spero
l’impossibile e quindi Dio c’è». Ancora a proposito del relativismo cristiano voglio segnalare un saggio del filosofo cattolico
Dario Antiseri: Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano. L’assunto fondamentale del saggio è
quello secondo cui proprio la consapevolezza della relatività di ogni conoscenza umana, dell’impossibilità per l’uomo
di raggiungere razionalmente verità assolute può spingere ad abbracciare la fede, considerata peraltro sì dono a
parte dei, ma anche scelta a parte hominis. Accenno solo alla ripresa, da parte del filosofo, del fallibilismo gnoseologico
di Popper, secondo cui tutto il nostro sapere scientifico è ipotetico e congetturale. Faccio un cenno soltanto
anche al capitolo sull’etica, nel quale si sostiene sostanzialmente la tesi di Hume, secondo la quale i valori non si fondano
sulla scienza, sulla conoscenza, perché da proposizioni descrittive quali sono quelle della scienza non si possono
ricavare asserti prescrittivi, ossia imperativi morali. L’etica è dunque senza verità e la ragione, in essa, può fare
molto, soprattutto ci fa capire che «i valori non trovano un fondamento razionale ultimo e certo», ma sono oggetto
di scelte di coscienza. Spero che questa mia lettera possa dare un contributo alla discussione.
G. Patrizia Morciano
Bella lettera, che mi auguro anch’io possa aprire una discussione. Spero la legga anche don Gallo, le cui parole
mi ricordano i Discorsi Renani di Eckart, e che in tal caso voglia mettersi in contatto con me: avrebbe molto
da dirci e lo inviterei a farlo. Anche io sono relativista come ogni illuminista, ma sono anche vicino al relativismo
matematico di Bertrand Russell. Dal mio punto di vista qualsiasi credente di qualsiasi credenza religiosa
aprendosi al relativismo fa un salto di qualità di grande umanità e, mi scusi se lo dico, si riscatta ontologicamente
dal dramma umiliante del dogma. Le rinnovo i miei complimenti. Ci scriva ancora.
dio in minuscolo
Leggo con grande interesse la sua rivista che condivido e che trovo una attesissima ed insperata novità nel
panorama culturale dell'editoria italiana. Apprezzo in NonCredo anche il primato dato al valore degli argomenti
senza mai ricorrere alla scorciatoia, che a me non piace, dell’ironia o addirittura del sarcasmo. C’è però un
ma: sono laureata in lettere e fin dalle scuole elementari, e poi al liceo e dopo all’università, mi è sempre stato
insegnato che parole come Dio, Papa, Re si scrivono con l’iniziale maiuscola, non operando alcuna commistione
tra grammatica ed ideologia. Ebbene, le chiedo perché NonCredo, che come ho detto è una rivista che condivido,
sente il bisogno di degradare questi sostantivi scrivendoli sempre con l’iniziale minuscola. Cambia qualcosa?
Ne vale la pena? Non è fare un torto alla nostra lingua? Auguri alla rivista e un cordiale saluto.
Eleonora Nicastro
Comprendo le sue motivazioni grammaticali e filologiche, però vorrei innanzi tutto obiettare che non vi è nulla
più diacronicamente evolutivo nonché soggettivo del linguaggio, sia quello parlato quotidianamente sia quello
giornalistico. Poi lei parla di torto alla grammatica, io trovo invece che quelle maiuscole che lei invoca sono un
torto alla logica ed al concetto di dignità. Mi spiego. Alla logica, in quanto semantica ed etimi restano gli stessi
senza possibilità di confusione, e quindi non serve invocare la necessità di ricorrere alla figura retorica dell’antonomasia
(per esempio, la parola “senato” col maiuscolo o minuscolo indica sempre la stessa cosa, “camera” invece,
se intendo quella dei deputati, sarebbe bene scriverla con l’iniziale maiuscola per evitare ambiguità). Detto
questo, l’uso della maiuscola per le parole da lei citate è, a mio avviso, oggi e non ai tempi di Dante, una pura
concessione ideologica, un misto di omaggio, deferenza, dipendenza psicologica, servilismo oltre ad una inconscia
captatio benevolentiae. La maiuscola in tali casi equivale all’alzare la voce parlando o sottolineare scrivendo:
un sopperire ad una mancanza di argomenti migliori. Non sta a noi distribuire gradi di nobiltà, dovrebbero bastare
gli argomenti. E poi c’è la componente personale: veda i due maggiori quotidiani italiani: il Corriere scrive
“Papa” e Repubblica “papa”, eppure si capiscono lo stesso. Ma io aggiungo: se dio, papa ecc. dovessero essere
scritte col maiuscolo per meriti assiologici, allora per coerenza e dignità di sé, parole come “mamma”, “madre”
e “padre”, i più alti valori dell’universo umano, come dovrei scriverle: col sangue, con blocchi di marmo, in oro
zecchino? Cosa vuole, Signora Nicastro, personalmente dietro le maiuscole (ovviamente che non si tratti di nomi
propri) io vedo tutta la necessità di prostrazione e di sottomissione dell’uomo primitivo in cerca di protezione in
cambio della sua libertà: insomma, se grattiamo la maiuscola esce fuori il totem.
Lettera su Messori
A proposito della risposta a Vittorio Messori pubblicata sul numero VII, mi sono sentito particolarmente offeso
dalla seguente affermazione di Paolo Bancale: «l'ipotesi del delitto tipico fra omosessuali, imperniato sempre
su coltello e oggetti contundenti». A prescindere dal fatto che di tipico non c'è niente, in quanto si parla
di persone e non di stereotipi, non vedo come si possano trascurare tutti i vari "ammazzamenti" di cui la cronaca
ci narra da parte di mariti abbandonati
nei confronti di mogli vittime.
Nella foga di contestare Vittorio
Messori (contestazione più che giusta)
si è caduti dalla padella nella brace,
etichettando una intera categoria di
persone (che poi categoria non è). Per
non parlare poi del termine "pederasta"
usato tre righe sotto, che è parola
quanto mai offensiva oltre che desueta:
ricordo che il termine deriva da
PAIS (ragazzo) e da ERASTEIN
(amare), e allude a pratiche ben diverse,
cioè all'amore di un adulto per un
adolescente ed era usato nel passato
erroneamente al posto di “omosessuale”:
quest'ultimo termine invece si riferisce
a un rapporto consenziente fra
adulti dello stesso sesso. Il fatto di
essere atei o agnostici (come anch'io
sono) non implica la mancanza di
rispetto né l'indulgenza verso semplificazioni
offensive.
Cordialmente
Sandro Botticelli-Fusi
Lei me la chiede ed io le debbo una risposta. Se lei consulta testi accademici di Medicina legale, Antropologia
criminale e Psichiatria forense vedrà che nei delitti tra omosessuali compare spesso l’uso di un corpo acuminato
o contundente. Io lo ho appreso da quegli studi e non ho motivo di dubitarne, sia pure in termini statistici.
Quanto al termine “pederasta” al posto di “pedofilo”, l'ho usato per quel plus di disprezzo che mi muove verso
questa genìa di depravati che abusano sessualmente di bambini, e il termine pedofilo ormai mi sembra depotenziato
per il troppo parlarne nelle cronache. Quanto all'equazione cui lei accenna “pederasta = omosessuale”
non potrei essere più in disaccordo con lei: omosessuali e lesbiche, con o senza gli abusi del Gay Pride, sono
persone adulte con un proprio lecito orientamento psico-sessuale e sentimentale che hanno diritto al perseguimento,
come lei e come me, alla realizzazione della loro personalità. Se poi lei mette sullo stesso piano Oscar
Wilde, Dalì e Garcia Lorca con il laido Legionario di Cristo Maciel, ebbene allora il nostro dialogo termina qui.
Lettera su Salesi e Agnosticismo
Ho letto con interesse lo scambio di corrispondenza tra Cattania e Salesi in relazione all’articolo Perché con
una scienza forte non possiamo neppure dirci agnostici e mi sono chiarito un po’ le idee. Non condivido il
discorso di Salesi. Mi sembra in primo luogo negare il principio del “fallibilismo” della scienza, tra l’altro menzionato
da Primiceri nello stesso numero di NonCredo. Salesi sembra voler sostituire una “Verità” religiosa con
una “Verità” scientifica. La scienza vive tuttavia – a mio parere – della possibilità di essere continuamente
messa in discussione. In linea teorica il fatto che un’ipotesi sia verificata da anni e che abbia avuto innumerevoli
riscontri non dovrebbe bastare, credo, a farne una “Verità” indiscutibile. Dobbiamo forse considerare la
possibilità che in futuro, per qualche ragione, la scienza possa arrivare a dimostrare che la terra non gira intorno
al sole, che le masse non sempre si attraggono, ecc. una considerazione ai limiti del paradosso? Direi di no.
Ammettere tale ipotesi non significa indebolire il pensiero scientifico, introdurre un nocivo e subdolo “relativismo”
culturale – come sembra ritenere Salesi – bensì riaffermarne il valore ontologico, impedire la sua trasformazione
in un totem dai connotati fideistici. Trovo inoltre inutile ricordare come l’osservazione scientifica abbia
avuto modo di smentire i vari dogmi religiosi. La religione ha nel tempo mutato i propri idoli, man mano che
la scienza ne ha svelato la natura tutt’altro che divina. Per questo si è passati dall’adorazione dei vulcani, al
culto del sole fino allo spirito santo, in un continuo spostamento del divino al di là dei confini, sempre (auspicabilmente)
in movimento, della scienza. Ma la dissimulazione dei dogmi, l’aver dimostrato che la lava del vulcano
è il prodotto di un surriscaldamento della roccia e non dall’ira divina, non basta a dimostrare l’inesistenza
del metafisico. Inutile rilevare quanto le affermazioni dogmatiche del clero (cattolico in particolare) siano
sottoposte a continue ed inevitabili smentite da parte della scienza (vedi ricerche di Venter). Costoro sono da
tempo meri custodi di privilegi e di potere, non certo di pensiero religioso. Indipendentemente (e nonostante)
il clero, gli astrofisici, gli atei ed i credenti, infatti, di dio non è attualmente dimostrata né l’esistenza né l’inesistenza,
mentre permangono ambiti dell’esperienza umana che trovano riscontri incerti nell’indagine scientifica.
Per questo, nell’attesa che mi si dimostri che sbaglio, continuerò a dirmi agnostico.
Marcello Corongiu - Torino
Superare le religioni
Credo lodevole il tentativo della sua rivista di superare la religione, di liberare l’uomo da un se stesso pavido e
credulo. Ma il tentativo fa un po’ tremare le vene e i polsi: abbattere un moloch di quelle dimensioni e di quelle
fattezze non è impresa da poco, occorre partire da questa constatazione se si vogliono fare le cose per bene. Ne
siamo capaci? Siamo maturi abbastanza? Cosa dobbiamo fare, eventualmente, per maturare al punto giusto?
Ricordo che il Novecento è stato un secolo privo di religione e che ha prodotto le nefandezze naziste e staliniste
(ma ce ne sono state altre!) e che solo il puritanesimo americano ha salvato l’umanità da un disastro totale
(un puritanesimo, peraltro, a mezzo servizio). Grazie per la sua risposta e cordialità,
Ernesto Dalò
Comprendo le sue titubanze: il compito è arduo, ma se si è motivati non resta che partire; poi, come in tutte
le cose umane, se i tempi sono maturi, chi vivrà vedrà.
I bus di Genova
Egregio direttore,
leggendo gli articoli della sua rivista ho rilevato l'eccessiva pacatezza con cui viene trattata la lotta al clericalismo. Lei
“punge di fioretto”, ma ritengo che occorrano ben altri mezzi per tamponare la sempre maggiore invadenza del vaticano.
Ben pochi politici, ad esclusione dei radicali e degli appartenenti all'estrema sinistra (spariti dalla scena), si dichiarano
apertamente anticlericali ed agiscono di conseguenza per la inveterata ed effettiva paura di perdere voti di un elettorato
miope ed ignorante, ma qual è la linea di noi laici? In alcuni casi quella di litigare fra di noi (i classici polli di Renzo) o di
recensire i libri di illuminati scrittori non credenti o anche di effettuare manifestazioni che lasciano il tempo che trovano.
Tempo addietro ho inviato una e-mail alla rivista L'Ateo in cui rappresentavo l'opportunità che un nostro rappresentante
(ad esempio la Hack) avanzasse in parlamento una proposta di legge al fine di eliminare in toto i vantaggi concessi alla
chiesa cattolica: esenzione dal pagamento dell'Ici, sovvenzioni alle scuole cattoliche ecc. Sarebbe stata una proposta dirompente
che avrebbe fatto gridare allo scandalo, ma che in ogni caso avrebbe smosso le acque, altro che cartelloni sui bus
di Genova! Com'è finita? La redazione della succitata rivista non ha ritenuto di pubblicare la mia e-mail! A questo punto il
laicista Alberto Mazzoni, che scrive, si ritira nel suo guscio e dice un po' a tutti: ite ad patres! Cordiali saluti
Alberto Mazzoni
Forse la conclusione dell’editoriale scorso risponde in parte alle sue perplessità. Non sono per l’anticlericalismo
tout-court, poiché le religioni esistono, la maggioranza degli italiani le vogliono e siamo in una democrazia. Né dobbiamo
dimenticare l’oltraggio costituito dall’articolo 7 della Costituzione che Togliatti ci ha lasciato come odiosa
ereditas e che purtroppo fa la differenza. Ma sempre nel rispetto delle leggi e del concetto di libertà individuale così
come magistralmente la definisce il laico Stuart Mill, bisogna farsi sentire, fare massa, essere presenti. NonCredo
come voce libera e non credente fa quello che può, e magari avesse la forza dell’UAAR! Perché, per stare al suo
esempio, io di bus come quelli di Genova ne farei tanti in ogni città italiana. Perché anche io, come presumo lei,
capisco la “sciabola” di Garibaldi, ma a volte bisogna optare per il “fioretto” di Mazzini, per convincere, per motivare,
per spingere ad agire. Da ultimo: giornali e riviste ricevono tante lettere ed è normale che debbano operare
delle scelte. Magari la sua avrà ispirato un articolo, o avrà sensibilizzato la redazione o, semplicemente, non c’era
spazio e andava sacrificato qualcuno. In tal caso, perché un altro e non lei? Le parlo da addetto ai lavori.
Risposta a Baffoni
La signora Anna Baffoni, nel numero 7/2010, ha scritto una bella lettera infarcita di latino e frasi ermetiche che io,
ovviamente per mia insipienza, non ho capito. Ci ha detto che non c’è cultura senza cultus, che in italiano corrisponde
a coltura, coltivazione. Non contenta ha precisato che non c’è laico senza laos che, passando per il tardo latino laicum,
e dal greco Laikòs (dal popolo) è approdato a laòs (popolo). Poi ci ha garantito, e dobbiamo crederle sulla parola,
che «Dalla fondazione del mondo (ma il mondo è stato fondato o creato?) il popolo è sopravvissuto grazie alla religio
(che in buon italiano vuol dire religione), che tiene unite le persone». Qui ci si aspetterebbe che ci svelasse che
senza religio non saremmo uniti ma sparpagliati, e invece: «altrimenti è emozione labile». In alternativa a che? Non
l’ho capito. Non ho capito soprattutto che male c’è ad essere emozione labile e perché. Non solo, ma è anche (sin qui
non è stato chiarito qual è il soggetto) “pura empiria” cioè – spiego – esperienza intesa come attività pratica, in contrapposizione
a quella teoretica. Sorprende poi l’affermazione che emozione labile ed empiria si trascinino dietro «tutta
la violenza che ne segue». Continua imperterrita la signora Anna: «Oltre l’empiria c’è l’Invisibile (Invisibile con la I maiuscola,
a chi vorrà alludere?), che tiene il mondo e anche le vostre intelligenze invisibili. Oggi pregherò per voi». Grazie,
ma non abbia fretta, domani è lo stesso. A questo punto vorrei pregare la signora Anna (vede, anch’io prego) e tanti,
ma tanti altri “preganti”, di spiegarmi cosa significa pregare la divinità. Ad un uomo potente ci si rivolge con atto di
cortese umiltà per ottenerne favori e concessioni, ma ad una divinità onnipotente e infallibilmente giusta, che è e conosce
passato, presente e futuro, “che non si muove foglia che Dio non voglia”, la preghiera ha lo scopo, irriverente, di
distoglierlo dalle sue decisioni, per fargliele modificare secondo i nostri desideri. Ma Lui non è anche la massima giustizia
e la massima perfezione? Si deve allora credere che senza le nostre preghiere farebbe cose ingiuste ed imperfette?
Vista così la preghiera è una bestemmia. Mi vuole spiegare la signora Anna perché non lo sarebbe? Altrimenti
(qui sì che “altrimenti” ha un senso) dobbiamo concludere che le religioni concepiscono Dio come un tirannello vanesio
che ama farsi pregare, e si crogiola dell’adorazione.
Ermete Spigarelli
Buddhisti e cattolici
Ho letto sull’agenzia di stampa vaticana Papanews che il 17 maggio scorso il cardinale Tauran e il vescovo
Celata, rispettivamente presidente e segretario del dicastero vaticano per il dialogo interreligioso, hanno affermato
che «Cristiani e Buddhisti nutrono un profondo rispetto per la vita umana». Ora mi chiedo da quando gli
eredi di crociate, stragi, Inquisizione, torture e roghi possono vedere se stessi alla pari con una religione che
in 2.600 anni non soltanto non ha fatto versare una goccia di sangue, ma dico di più, neppure una lacrima?
Walter Berardinelli
Non ho nulla da aggiungere, ha già detto tutto lei.
La miglior difesa è l’attacco
Ho letto, anche se non approfondito, alcuni numeri della rivista NonCredo da lei curata. Comprendo la sua
necessità di restituire l’uomo alla razionalità che lo qualifica, tanto più in questo momento culturale dal ‘pensiero
debole’, meglio direi dal ‘non pensiero’ e, dunque, dall’‘appecoramento’, spesso opportunista. Con tutto
ciò credo sia il caso di porre un distinguo tra razionalità e razionalismo, come pure tra fede e fideismo. Per
caso, tra le pagine di questa rivista non alberga il rischio di ‘buttare via il bimbo con i panni sporchi’, secondo
l’adagio popolare? Avrà compreso che la mia è una prospettiva credente e cristiana (sono cattolico). Fides
et ratio è il titolo di una enciclica recente che tende a recuperare e a sottolineare l’antica tradizione cristiana
che non contrapponeva fede e ragione, quando tra i primi convertiti al cristianesimo e, dunque, alla fede (badi:
dico fede, non fideismo) ci furono proprio filosofi ellenistici e grammatici/retori che ben comprendevano la
necessità di ‘ragionare’ e di accogliere il nuovo messaggio cristiano con categorie razionali, culturali, morali e
civili… Sottolinearono perfino la debolezza dell’arido letteralismo ebraico (prima di Filone Alessandrino). Fu
proprio grazie alla cultura classica, quella cultura che aveva nobilitato l’uso della ragione, messa a disposizione
dei nuovi contenuti cristiani, che il cristianesimo poté svilupparsi e diffondersi, invece di ridursi ad una combriccola
di ‘semplici’ e di ‘donnette’: era una tra le tante false calunnie mosse da ambiente pagano! La
Rivelazione cristiana non contrappone fede e ragione, anzi! Basti ricordare che «la grazia presuppone la natura
(…) e la porta a compimento». Laddove la grazia (azione divina) trova una ragione ben formata, ha miglior
campo di azione. Alla fede sono chiamati unicamente gli esseri umani proprio perché intelligenti, nessun altro
essere creato. La fede suppone l’uso della ragione, altrimenti scade nel fideismo, variante del fanatismo. La
contrapposizione tra fede e ragione è ormai desueta, caro Direttore, non vorrei che la sua rivista perdesse
ancora tempo a confondere fede con fideismo, in difesa di cosa? Del puro razionalismo? Gli ultimi secoli hanno
realizzato i prodotti peggiori del razionalismo: scientismo, materialismo, nichilismo. E il tutto ha fatto da apripista
alle peggiori ideologie che l’uomo abbia conosciuto e subìto, con tanto di applicazione politica dittatoriale
e massificante: la storia del ‘900 è ancora sotto i nostri occhi. E, contro ogni tentativo di defenestrare le
religioni, la storia stessa le sta riportando in auge, con le loro forme diverse ma assimilate da un benefico fine
antropologico, e ci sta chiedendo di farcene carico superando le divisorie e i loro aspetti irrazionali. Non generalizziamo
sempre, dicendo che tutto è marcio, con l’unico scopo di far tabula rasa. Non ricadiamo nell’utopia
sette/ottocentesca che abbiamo già pagato abbondantemente! Siamo tutti sufficientemente smaliziati per
sapere che buono e cattivo sono sempre e dovunque compresenti, perché umani, e dunque anche nelle religioni.
Piuttosto, potenziamo l’uno e diminuiamo l’altro.
A proposito della crociata contro il dogmatismo (che pure non difendo), la invito a riflettere. Gli eventi del ‘900 non avevano
un fondamento dogmatico, forse? Cos’altro è stato il Positivismo se non dogma ed assolutizzazione del prodotto/fatto
umano, fino ad asservire l’uomo/soggetto al suo stesso prodotto/oggetto? Guerre, olocausto, dittature sono state solo la
manifestazione storica del dogmatismo scientifico; è bastata la prima guerra mondiale per infrangere il mito del progresso,
lasciandoci ‘a piedi’, caro Direttore.
Lei sembra conoscere soltanto il dogmatismo della Chiesa. Che nel corso dei secoli si sia irrigidita è un dato
indifendibile, ma non altro che un dato storico, come è accaduto ad altre strutture umane che non sono prese
neppure in considerazione. Perché questa faziosità da parte dei non credenti? Nessun cattolico intelligente
difenderebbe ad oltranza i tanti misfatti della Chiesa, peraltro riconosciuti come errori (anche se tardi, ahimè!).
Ma stento a ricordare altre istituzioni che abbiano fatto altrettanto. L’onestà intellettuale, seppur non credente,
deve questo riconoscimento, non le pare?
Certo, la Chiesa si è via via ‘sclerotizzata’, perdendo il dinamismo delle origini. Ma cosa c’era di dinamico nella
statica società antica? Cosa c’era di dinamico in una struttura politica quale quella imperiale (che la Chiesa non
ha fatto che imitare) che ha pagato con il crollo la sua incapacità di trasformarsi con i tempi? Cosa c’era di più
conservatore dell’uomo latino, retrospettico, tutto teso a conservare il mos maiorum? Passiamo oltre. La lentezza
istituzionale della Chiesa, organismo politico e di potere, le ha sicuramente impedito di rinnovarsi
dall’Umanesimo in poi; ma forse il ‘600 degli ‘assolutismi’ monarchici era qualcosa di diverso? Non vedo nessuna
diversità della Chiesa in rapporto a questo. Anzi, preferirei sentire un’altra obiezione: perché la Chiesa si
è allineata con le logiche di potere, perché non si è opposta? E giungiamo all’800, segnato dalla condanna al
modernismo ecc. Certo, dominava il dogmatismo ecclesiale, ma qual era l’humus culturale? Se della storia
dell’800 vogliamo ricordare soltanto l’onda innovativa dei moti rivoluzionari, costituzionali, ecc. ancora una
volta rischiamo la faziosità; perché non ricordare anche il Congresso di Vienna e la conseguente
Restaurazione? Come lei ben sa, caro Direttore, la storia umana è sempre segnata dagli opposti e così la Chiesa
che, pure, è fatta di uomini. Chi ancora continuasse ad accusarla, condannarla, ecc. non manifesterebbe altro
che quell’ingenuo idealismo, per non dire ipocrisia, di chi pretende ancora di scandalizzarsi di fronte al male.
Nel colto Occidente, qualcuno forse non ha ancora capito che la perfezione umana non esiste? A qualcuno si
deve ancora dire di cominciare a guardarsi dentro per scoprire la sua parte di ‘ombra’? Ringraziamo Jung, ma
non scomodiamolo con la nostra ignoranza!
Giovanni Brancaccio
Lettera dura e un po’ teologicamente dogmatica, ma comprensibile tenendo conto che è una lecita manifestazione
di parte, di una delle tante parti in causa nella dialettica religiosa, ove anche NonCredo rappresenta la
sua. La offriamo ai lettori.
Chi è Cristo?
Ho partecipato ad una conferenza laica sul cristianesimo, dove ho sentito affermare che il Cristo non ha niente
a che vedere con la religione così come la intendiamo. Va separato il mondo spirituale da quello dogmatico
convenzionale, mentre noi invece tendiamo a parlare di religione riferendoci alla chiesa romana. Dunque, il
Cristo sarebbe una creazione dell’uomo per avvicinarsi alla perfezione, non intendendo per perfezione qualcosa
di fermo, di immobile, bensì un movimento per così dire controllato dall’intelligenza. Cristo viene percepito
come un’intelligenza superiore, la sua creazione una prova determinante che questa intelligenza superiore
esiste, che non ha niente a che vedere con le posizioni canoniche e neppure con la consueta dizione religiosa.
Riferito ciò espongo anche la mia visione. Cristo, se ne leggessimo solo la breve biografia degli ultimi suoi tre anni
conosciuti, senza tutto l’orpello interpretativo, anagogico, fascinoso e fascinante che la tradizione ci ha propinato,
io non ci vedo nulla di eccezionale: uno dei tanti profeti itineranti e pauperistici di cui abbondava l’ebraismo
dei suoi tempi. Uomo-dio? Ma quasi tutti gli dei sono uomo-dio: Krishna, Thor, Ercole, Orfeo, il grande Dioniso,
e via dicendo: l’uomo non ha mai brillato di creatività in questo campo, e l’antropomorfismo o il teriomorfismo
l’hanno sempre fatta da padroni. Gesù era un visionario e come tale anche sobillatore, nel risvolto politico, molto
più di Hus o Savonarola, che si è messo, ingenuamente, temerariamente o stupidamente contro sia il suo Sinedrio
sia il potere territoriale romano, che ne aveva abbastanza delle continue sommosse degli ebrei e non voleva innescarne
un’altra attraverso questo “Curcio” ante litteram. Io la vedo così: non mi esalta, e men che mai quando gli
fanno dire «Chi non è con me è contro di me», ovvero “Non sono venuto a portare pace ecc.” (parole impronunciabili
per il Gesù dei Karamazov). Insomma, il culto devozionale e la speculazione paolino-patristica ne hanno
fatto un feticcio buono per tutte le stagioni. O, almeno, io lo vedo così.
Giosuè Armellini
Sempre nel rispetto della sensibilità di coloro che credono nel personaggio Gesù così come si è andato
costruendo nei secoli, e con tutte le superfetazioni che gli hanno appiccicato, io penso che un antropologo
delle religioni possa avere molti punti in comune con quello che lei scrive.
Sul relativismo
Io ritengo che grazie anche soltanto al buonsenso sia impossibile affidarsi alla religione o a forme che si richiamano
alla stessa, come certa filosofia passata e tuttora materia d’insegnamento. Forse, nel caso della filosofia greca,
ad esempio, sarebbe meglio dire che è servita per scatenare il ragionamento, mentre vanno rigettate parecchie
conclusioni. Si sa quanto l’umanità abbia patito per l’ostinazione nei confronti di Aristotele, senza che Aristotele
avesse alcuna colpa (penso alla paralisi intellettuale operata a seguito dell’intoccabilità dei suoi dettati).
Tuttavia, dobbiamo tener presente che religione e filosofia classica posseggono una morale assoluta che,
volenti o nolenti, scalda il cuore. Le scoperte scientifiche del ‘900 (mi riferisco alla meccanica quantistica che
ha messo in dubbio quella algoritmica) e le speculazioni filosofiche dello stesso periodo, hanno invece fatto
sorgere una morale relativa che, a mio avviso, crea parecchia inquietudine. Come consiglia di superarla?
Cordialità e grazie di cuore per Noncredo, una rivista davvero originale e interessante.
Luisa Dorazio
Sono per il relativismo, concetto base della laicità, che fa parte dell’uomo pensante e del suo anelito di libertà,
nell’ambito del confuciano: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».
Noncredenza e spiritualità
Sono una persona con un forte senso del sacro e con un approccio alla realtà che ha molti elementi religiosi,
sono però refrattario a qualsiasi tipo di fede e provo un vero e proprio senso di disgusto verso la gerarchia
cattolica. Trovo la vostra rivista molto interessante e soprattutto aperta e non dogmatica (il dogmatismo purtroppo
è un errore in cui troppi atei cadono), insomma la rivista giusta per chi, come me, si definisce non credente
ma mantiene una tensione verso la spiritualità.
Sandro Del Duca
Complimenti, lei appartiene ai migliori noncredenti: quelli che sanno avvertire la categoria della spiritualità, non
essere “contro” alcuno, percepire la “religiosità”, cioè il “mistero”, nella realtà che ci circonda senza cadere
nella sudditanza autoescludente di una fede, e poi opera la ricerca di senso dentro di sé. Ho motivo di ritenere
che lei sarebbe piaciuto anche a Siddharta il Buddha.
Risposta sul corpo
Sono un sacerdote che vive , come parroco ai margini dei confini nazionali, la realtà quotidiana del clero povero
e del popolo credente. Mi è stato fatto leggere un fascicolo della vostra rivista, che tra l’altro trovo culturalmente
corretta e stimolante, che iniziava con il suo editoriale sul corpo... Da cristiano che conosce le cose
più dall’interno, le confesso che mi ha stupito una sorta di incoerenza tra quanto scrittovi ed altre realtà lì non
considerate. Lei parla di un’eccessiva attenzione al corpo da parte della Chiesa e del Cristianesimo, ed io le
rispondo: Magari fosse stato così! Se il cattolicesimo non avesse deprezzato la dimensione corporea, in nome
dell’unicità dello spirituale, scaduto poi in spiritualismo, forse ora non ci sarebbe la ribalta delle ultime oscenità.
Se fosse stata giustamente considerata la corporeità non si sarebbe sviluppata la sessuofobia ecc.; non ci
sarebbe stata un’educazione castrante tutto ciò che è piacere fisico, imperniata sul ‘non ascolto’ delle esigente
fisiche, andate poi a sfociare dove ben sappiamo. Non ci sarebbe stata una spiritualità disincarnata, fustigante
il corpo ed i suoi bisogni, che ha pervertito psicologicamente tante persone, in cerca di sofferenze fisiche
talvolta con gusto pseudo-masochista. Questo spiritualismo è passato sopra la testa della gente, sapendo
dire solo ‘questo è bene questo è male’ e, come conseguenza, ha tradito il messaggio di Gesù ed ha allontanato
la gente.
Tutto ciò non ha radici evangeliche, ma è stato frutto del retaggio culturale di matrice in parte semitica (anche
la sottomissione della donna, oggetto fisico del peccato) ed in gran parte del platonismo occidentale. L’antico
Manicheismo, seppur condannato come eresia, esprimeva il dualismo oppositivo corpo-anima tipicamente
greco che aveva ormai pervaso la cultura popolare, e che ha influito culturalmente sul cristianesimo che se ne
è reso conto in questi anni e sta ritornando alla matrice biblica, dove l‘agiografo già nella Genesi dice che dio
crea Adamo ed Eva definendoli cose buone, come tutte le altre: lo sguardo biblico sulla realtà creata è positivo.
Magari ci fosse stata quell’attenzione al corpo di cui lei lamenta gli eccessi! Se così fosse stato, pensa che
avrebbero inventato tutti gli abiti pesanti e ingolfanti, volti a ‘nascondere’ il corpo (pensi ai consacrati) oggetto
di peccato?
Altro aspetto più tecnico: lei usa il termine ‘corpo’ in senso troppo generico e superficiale, senza operare le
giuste distinzioni e così rischia di scrivere cose non vere, per ogni cristiano che poco poco abbia letto qualcosa:
non può parlare di corpo in senso univoco, altro è il soma phisicon, altro il soma pneumaticon post-resurrezione.
Sembra che lei voglia discutere e criticare cose che non conosce. E un altro aspetto che riguarda una
sorta di ‘culto’ per il corpo’ e che è un dato reale ma di cui non hai tenuto conto, è il culto per il corpo del re,
presente in tutte le culture, fino ai monarchi francesi del 1600. Pensi ai re taumaturghi! Sono gli elementi culturali
di cui l’uomo ammanta tutto ciò che fa, per gusto o per vantaggio, o per tradizione, ecc. Ma in chiave
antropologica, dovrebbe cominciare a distinguere tra ciò che è l’essenza (fede nella rivelazione di dio) e ciò
che è rivestimento storico-culturale (diverse modalità di incarnazione, in termini pastorali), altrimenti come fa
a porsi in modo seriamente critico nei confronti del cristianesimo ecc.?
Tanto volevo dirle, e pur firmandomi doverosamente, le chiedo, ove pensasse di pubblicare questa mia lettera,
di non pubblicare la mia firma e la mia e-.mail. La ringrazio per l’attenzione e le faccio i miei auguri per la
sua rivista e per l’intento che vi traspare di costruire un vostro progetto di dialogo. È molto apprezzabile.
Lettera firmata
Grazie per la sua lettera: lei non sa quanto è importante, in un’ottica illuminista, avere dei contraddittori competenti
che ci fanno anche rimettere giustamente in discussione tante nostre certezze datate. E vengo a lei.
Innanzi tutto non trovo semanticamente corretto considerare intercambiabili, come sembra fare lei, i termini
“cristiano” e “cattolico”. C’è un abisso tra di loro fatto da: dogma, scisma d’Oriente, Riforma protestante,
papismo, Maria e santi, modernità, pensiero individuale, sterminio delle eresie, apertura alla scienza, e tutte le
altre tante differenze che conosce anche lei. Ed ora veniamo al “corpo”. La nevrosi ossessiva di cui io ho scritto
è quanto mai acuta anche nei casi che lei cita: sessuofobia, mortificazione del piacere, pseudo-masochismo,
ecc. Lei afferma che c’è il corpo quando lo si deprime. No, c’è sempre come oggetto-stimolo della nevrosi di
cui a lei sfugge l’etiologia. Esso è ontologicamente protagonista , in modo conscio o inconscio, sia quando lo
esaltate come con l’eucaristia sia quando lo disprezzate come nella verginità e nel sesso. Non c’è buio senza
luce perché sono sempre dominio dell’ottica, e così per tante altre diadi di opposti come caldo/freddo o silenzio/
rumore. Che il corpo lo esaltiate o lo disprezziate, sotto c’è sempre la vostra “corpologia, altrimenti certe
liasons col corpo e suoi derivati non vi verrebbe proprio in mente. Voi cattolici al riguardo del corpo mostrate
un disagio psico-culturale e siete ancora oggi a rimorchio di quell’ epilettico sessuofobo di duemila anni fa,
Saul di Tarso per me e s. Paolo per voi, il vostro Lenin itinerante.
Lei mi obietta molte cose che ho scritto, ma non accenna mai alle differenze palesi (interna corporis e non
arcana imperii) che io cito palesemente esistenti tra voi e l’umanistico buddhismo, ove la parola “corpo”, il
concetto “corpo”, la metafora “corpo”, il “corpo” esaltato o disprezzato NON ESISTONO, né nel pensiero né
nella prassi di quella dottrina-filosofia-etica-psicologia e ci metto anche soteriologia-nel-mondo che ci regalò
la spirituale e mistica India 2600 anni fa. Eppure mi sono mosso dal vostro teologo cardinale gesuita (che
cos’altro per esserle autorevole?), il dottissimo Henri de Lubac. Però lei mi rimprovera di non conoscere la
resurrezione e di parlare di cose che non conosco. Ma, intanto, io gli argomenti li affronto e mi espongo, mentre
lei, vedi il buddhismo, li schiva e forse li ignora.
Caro don X, io mi apro all’antropologia col suo pensiero scientifico che studia, indaga, verifica e non mi affido
alla miriade di fantasie su cui si regge la credulità in tutte le religioni, nessuna esclusa nel tempo e nello
spazio. Rispetto chi ci crede e con ciò esercita i propri diritti senza Inquisizioni al seguito, ma non sono materie
che io debba approfondire più di tanto. Anche per Paolo la resurrezione era il clou di tutta la sua e vostra
costruzione, ma la “fede” è affar vostro, non mio. Preferisco prestar orecchio ai premi Nobel che ai pastorelli.
E la saluto con le parole di Lao-Tse, nel nome del Tao: «Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto
del mondo lo chiama farfalla».
Auguri e provocazione
Egregio direttore,
sono un lettore di NonCredo, intellettualmente impegnato nel pensiero ateo quanto lo sono
in quello illuminista che lei proclama. Ciò non mi impedisce di vivere bene in una cerchia sociale
prevalentemente cattolica, inclusi esponenti del mondo religioso sia maschili che femminili
con reciproca tolleranza, finchè alla scorsa Pasqua un prete che da tantissimi anni mi conosce
come ateo ma non anticlericale, con il quale ho molte volte discusso di religione e di laicità,
mi ha mandato un biglietto di auguri in questi termini: «Auguri di una Pasqua santa e
felice che accompagno con la preghiera al Padre ineffabilmente buono che ci ha donato il suo
Figlio». A me, tra adulti e di opinioni così diverse, sembra un linguaggio infantile o infatuato
o volutamente provocatorio. Lei che cosa avrebbe pensato al mio posto?
Bartolomeo Barba
Gentile Sig. Barba,
le rispondo per cortesia, ma non so che dirle. Due secoli fa un prete di campagna ottantenne
forse avrebbe parlato così con naturalezza; oggi, nelle circostanze da lei descritte,
mi sembra un modo di esprimersi abbastanza insulso, veteroclericale, forse sentito come
autogratificante da chi lo ha espresso, ma certamente controproducente verso chi lo legge.
Le sue tre opzioni: infantile, infatuato o provocatorio, possono calzare bene tutte e tre, ma
è lei che conosce il suo amico prete, non io. Posso darle un consiglio? Lo ringrazi degli
auguri e diradi la frequentazione.
Le responsabilità di Wojtyla
Gentile direttore,
di fronte alle accuse mosse da più parti, inclusa la sua rivista, al papa polacco Wojtyla al riguardo
della politica della Chiesa verso i preti pedofili, le loro coperture e il caso eclatante dei Legionari
di Cristo, mi permetta una riflessione in tutta sincerità. Io non tirerei conclusioni affrettate condannando
il precedente papa, poiché è noto che la gestione dei problemi ecclesiali è compito del
Segretario di Stato, in quegli anni card. Sodano. Si sa bene da sempre che nella Curia ci sono
fazioni, partiti e partitini; la Chiesa è un’organizzazione mondiale che sente contraccolpi e problemi
di tutti i paesi e continenti. Il caos dei politici italiani, che è già tanto, unito ai problemi del
nostro Paese sono briciole rispetto a quanto risuona in Vaticano. Immagino la necessità di mantenere
equilibri precarissimi con le Conferenze di diversi Stati e continenti (la CEI è solo italiana)
e con i governi dei diversi paesi. Tutto questo per considerare quanto complessa sia questa realtà,
e per capire perché vanno con i piedi di piombo e con una lentezza infinita, anche di fronte a
quanto è per noi di tutta evidenza. Si sa che Wojtyla era osteggiato da alcuni gruppi cardinalizi
interni; si sa che il suo pontificato ha avuto un certo peso per la politica dell’Europa dell’Est, che
ha visto crollare il comunismo; si sa quanto alcuni prelati fossero coinvolti con la politica comunista,
fino ad organizzare un attentato all’allora vescovo di Cracovia; credo che questo sia stato il
peso maggiore di Wojtyla: recuperare la cristianità compressa e limitata dalla dittatura comunista.
Questo papa polacco era in ottimi rapporti con l’allora cardinale tedesco Ratzinger, e non
aveva ostacolato i suoi interventi contro le immondizie morali, come invece fece Sodano con i suoi
curiali; inoltre, Wojtyla lasciò Ratzinger libero di usare espressioni forti (“la sporcizia nella Chiesa”
ebbe un’eco fortissima nei mass media). Anche la stima profonda che Benedetto XVI ha sempre
dimostrato verso il suo predecessore depone a suo favore. Pertanto mi chiedo: forse avrebbe
voluto intervenire ma non gli era possibile? Ha preferito evitare qualcosa di peggiore che non
conosciamo? Se avesse appoggiato la politica di Sodano avrebbe impedito a Ratzinger di esprimersi
e di agire come aveva iniziato a fare. Colpito poi dal male, quanto del governo degli ultimi
anni è da attribuire a lui, e quanto invece ad altri che hanno manovrato per far ciò che volevano?
Intendiamoci, non sto difendendo nessuno, ma non azzarderei conclusioni su realtà estremamente
complesse e di cui si conosce poco. Fu con il permesso di Wojtyla che Ratzinger poté riaprire
il caso di quel prete messicano Maciel, fondatore a quel modo dell’ordine dei Legionari di Cristo,
che Sodano avrebbe continuato a proteggere. Non è mica scontato che un papa sia concorde col
suo Segretario di Stato; ed il ricevere questo e quello in udienza non sempre è indice di benemerenza.
La storia della Chiesa è sempre stata estremamente complessa, più della storia civile, proprio
per la vastità che abbraccia e, dunque, per la quantità di problematiche, per la diversità di
opinioni e per l’ipocrisia umana che maschera ambizioni di potere, di ricchezza, ecc. Questo volevo
dirle poiché leggo regolarmente con interesse e partecipazione culturale la sua rivista
NonCredo, pur non essendo né atea né agnostica né non credente. E posso dirle che la sua lettura
mi arricchisce. La ringrazio per la sua attenzione.
Roberta di Raimondo
Grazie, Signora di Raimondo.
Concordo con quello che lei dice, che mi fa ricordare uno sfogo di papa Montini al fratello, credo
direttore dell’Osservatore Romano, in cui in sostanza gli diceva: non credere che il papa sia libero
di operare e di decidere, in quanto è letteralmente prigioniero della Curia e da essa condizionato,
quando non manovrato. Concordo, quindi. Ma mi lasci dire: questo spettacolo inverecondo
di bastarda corte del Rinascimento cosa al mondo ha da spartire col concetto che si vorrebbe
spendere per “religione”, e aggiungo io con l’etica, la spiritualità, la solidarietà, la fratellanza,
l’amore per il prossimo, il trascendimento dell’Io e quant’altro ha valore morale ed assiologicamente
umano? Caterina da Siena chiamava il Vaticano “la grande cloaca” e Francesco non
era da meno. Nulla è cambiato da allora eppure pretendono, dico pretendono di parlare di
“magistero” di questa gente e di questa istituzione. Lei pensa che se Giovanni di Polonia avesse
persa la battaglia di Vienna noi oggi staremmo peggio?
E se non fosse la verità?
Signori di NonCredo,
vorrei ricordarvi che non c’è cultura senza cultus e non c’è laico senza laos, che vuol dire
popolo. Dalla fondazione del mondo il popolo è sopravvissuto grazie alla religio, che è ciò
che tiene unite le persone, altrimenti è emozione labile, pura empiria con tutta la violenza
che ne segue. Oltre l’empiria c’è l’Invisibile, che tiene il mondo e anche le Vostre intelligenze
invisibili. Oggi pregherò per voi.
Anna Baffoni
Gentile Signora,
la sua lettera merita considerazione e rispetto perché mostra pensiero e bontà. Gliene sono grato.
Ma pensiero e bontà non equivalgono di per sé a “verità”: lei parla da cattolica, e lo fa in modo
molto rispettabile, ma rivolga anche un pensiero alle tante “visioni del mondo” che hanno accompagnato,
accompagnano e accompagneranno l’Uomo nella sua ricerca. Ecco una endiadi su cui
riflettere: ricerca e verità, e vedrà che va a finire nel Mistero. Mistero sia per me che non credo
sia per lei che crede di credere, ma sempre, comunque, “mistero”. Un grazie ancora.
ricerca universitaria e discriminazione dei noncredenti
Egregio dott. Bancale,
con la presente vorrei segnalarle un tema che potrebbe interessare sia la sua
Fondazione sia i lettori di NonCredo, cioè quello del rapporto tra laicità dello Stato e
ricerca scientifica. A fronte di una “robusta” presenza del pensiero cattolico nel sistema
universitario italiano, sempre più scarse risultano le impostazioni scientifiche e le
possibilità di sviluppo delle stesse di matrice “non credente”: specialmente i giovani,
qualora si vogliano occupare di tematiche riguardanti la laicità dello Stato, vengono
“consigliati” di cambiare argomento, di stare alla larga da tematiche che potrebbero
poi comportare ostacoli e ostracismi nel prosieguo della carriera. In questa maniera la
già scarsa propensione all’indipendenza nella ricerca scientifica presente oggigiorno nel
mondo accademico italiano viene ulteriormente incrementata. A facilitare questo
“sabotaggio” concorre oggi anche la scarsità di risorse economiche: l’Università si trova
a bandire assegni di ricerca finanziati solo per metà, costringendo gli interessati a cercare
di procacciarsi risorse altrove. E a fronte della facilità nel reperire fondi che si
riscontra da parte soprattutto cattolica, scarsissime sono le possibilità per un non credente
di trovare appoggi economici che gli consentano di proseguire le proprie ricerche.
Il risultato è il progressivo e totale abbandono della ricerca su determinate tematiche.
Per fare un esempio concreto: io sono un dottorando di ricerca autore di numerose
pubblicazioni scientifiche in materia di libertà religiosa e laicità dello Stato; sto terminando
una tesi di dottorato che ha come centro nevralgico la neutralizzazione di ogni
ulteriore rilevanza giuridica della religione che non sia riconducibile alla generale libertà
di associazione, al fine di contribuire a creare le condizioni di una reale uguaglianza
fra i fenomeni associativi di matrice religiosa e quelli di matrice non religiosa. Ora mi
trovo a un bivio: abbandonare la ricerca o cercare i soldi per autofinanziarmi un assegno
di ricerca che mi consenta di poter continuare negli studi e che costa circa diciannovemila
euro l’anno. Ultimamente, l’Università ne bandisce di finanziati per poco più
della metà: agli interessati dunque tocca sobbarcarsi l’onere di cercare circa novemila
euro l’anno di finanziamenti esterni (ma deducibili dal reddito). Va da sé che, in situazioni
di questo tipo, è molto probabile che riesca a proseguire negli studi una persona
affiliata a livello di pensiero alle istanze confessioniste, generalmente generose in questi
casi, piuttosto che una che si batta per la laicità piena dello Stato.
Nel ringraziarla per l’attenzione le invio un cordiale saluto,
Marco Croce
Dottor Croce,
grazie per la sua lettera. Duole, ma non meraviglia, che l’intellighènzia universitaria
italiana si comporti molto spesso così, vassalla, o per ideologia o per pura e calcolata
convenienza, degli interessi delle molte lobby confessionali. Ne siamo a conoscenza,
anche per quanto concerne scelta e concessione di argomenti per le tesi di laurea. Per
quanto concerne la sua borsa di studio per ricerca, mi auguro che tra tanti noncredenti
che ci leggono ve ne siano alcuni con spiccata sensibilità verso casi come il suo;
perciò li invito a mettersi in contatto con lei per nostro tramite scrivendoci all'e-mail:
noncredo@religionsfree.org sperando che, tramite NonCredo, possa svilupparsi
anche una solidarietà noncredente. I miei e i nostri migliori auguri.
Vale più uno sciamano o un premio Nobel?
Signori di Noncredo,
Vi consiglio di leggervi quattro libri: vi impegneranno meno di quattro mesi di tempo
libero, ma potrebbero essere molto importanti per voi. Iniziate con la Vita di S.
Giovanni Bosco, ottima quella di Teresio Bosco. Proseguite con quella di Padre Pio,
la più dettagliata è di Luigi Peroni, con una bibliografia superiore alle pagine del
testo. Il terzo libro è uno qualsiasi tra quelli di Padre Amorth (Un esorcista racconta,
Nuovi racconti di un esorcista, Esorcisti e psichiatri) o di Fra' Benigno (nuovo esorcista
di Palermo dopo il grande Padre Matteo la Grua): Il diavolo esiste, io l'ho incontrato.
Infine, di Tarcisio Mezzetti, professore di farmacologia, uno dei tre libri in cui
parla della new age-yoga-medicina alternativa con tante testimonianze di gente rimasta
con influenze malefiche sovrannaturali.
Letti questi, potete approfondire le apparizioni mariane; vi consiglio di leggervi bene
Fatima, visto il miracolo occorso a settantamila persone tra cui giornalisti atei come
voi, e la profezia sul male che diffonderà la Russia (che vi prende in pieno),
Medjugorje, Kibeho, La Salette, l'apparizione della medaglia miracolosa. Letti questi,
leggetevi un po' di libri sui miracoli eucaristici, che anche oggi, e così spesso, vivificano
la fede soprattutto in chi la stava perdendo. Letti questi, potete andare oltre
leggendovi un po' di controcultura sull'Illuminismo francese, sul protestantesimomassoneria
(di cui molti di voi al 100% fan parte), sul marxismo e le scuole di ateismo
ad esso collegate, sul darwinismo (uno di facile lettura quello di Marco Respinti),
su Freud, etc. A questo punto potete prendere le vostre riviste sotto un altro punto
di vista, che è il mio: vanificazione della realtà, per affermare falsità soggettive, nella
falsa ideologia che la scienza è incompatibile con la religione.
No: studiando tutta la realtà si crede al Vangelo, l'unico che può spiegare tutto; il
materialismo è negato giornalmente da migliaia di fenomeni, per cui voi fate una
pseudoscienza che elimina i dati che danno fastidio alle vostre pre-teorie. Aprite la
mente! Siete bigotti ed oscurantisti. Apritevi alla gioia della verità! Essa è per tutti!
Vincenzo Rossi
Egregio Sig. Rossi,
avrei fatto volentieri a meno di risponderle, poiché la sua lettera mi provoca un sincero
imbarazzo. Mi perdoni, ma tra lei e un cosiddetto “selvaggio” che adora un
totem non vedo alcuna differenza: per entrambi le evidenze non contano, né esiste
nella vostra mente la categoria del dubbio, né potreste dimostrare da dove provengono
le vostre pseudocertezze, la fascinazione è su di voi totale ed entrambi non
avete preso contezza che miliardi di altri esseri umani, anche più colti e intelligenti di
voi, hanno visioni completamente diverse, anche opposte alle vostre. Lei crede a
tutto, anche all’asino che vola (miracolo per miracolo ci può stare anche questo) purché
venga dalla sua parte ideologica. Lei giustificherebbe roghi e crociate, il suo fideismo
esibito e fanatico ricorda il peggio del Medioevo oscurantista e credulo, ragione
e Illuminismo le sono lontani come la cometa di Halley. Le auguro ogni bene, ma noi
due siamo due rette sghembe nello spazio.
una suora cattolica scrive a NonCredo
Egregio Direttore,
mi sono capitati tra mano alcuni numeri della sua rivista “Non credo” che ho sfogliato con
curiosità e con un certo disappunto, forse perché sono una suora. Si, sono una religiosa,
insegnante di lettere presso un liceo romano. Se non ho travisato il suo intento, tale rivista
vorrebbe raccogliere contributi culturali, eterogenei per discipline ma accomunati dal
taglio ‘non credente’, cosicché i ‘non credenti’ italiani possano sentirsi espressi ed avere
uno strumento formativo ed identitario. Non le nascondo che, di primo acchito, l’avrei
messa via pensando: “questa roba non mi interessa”. In seconda battuta ho preferito sfogliarla.
Mi permette di comunicarle alcuni semplici pensieri? Pensieri di una suora ad un
‘non credente’? Vorrei considerare la sensazione di ‘rispetto’, che mi sembra trapeli dalle
pagine stampate, come una risposta affermativa… e procedo.
Rispetto. Si, mi ha colpito il taglio ‘rispettoso’, scevro delle punte polemiche, quando non
becere, che spesso trasborda dai vari media avversi alla Chiesa, al Cristianesimo, e quant’altro.
E credo che tale correttezza tracci il confine qualitativo tra la cultura vera e il propagandistico,
il mercificato.
Cultura. Ho notato l’alto profilo, culturale e professionale, dei suoi collaboratori che esprimono
un pensiero critico ed una interpretazione che qualificherei ‘laica’, in ordine alle
tematiche sviluppate. Come può immaginare, pur apprezzando tale livello non mi ritrovo
su alcune interpretazioni; nonostante ciò, considero la sua rivista di tutto rispetto e lascio
che mi interpelli: “Cosa dice a me, suora, una testata già in sé selettiva come ‘Non credo’?”
Personalmente ‘credo’ in Dio (con la D maiuscola) non tanto per eredità familiare quanto
per scelta personale. Ma come l’affetto per le persone care non impedisce di coglierne i
difetti, così l’adesione a Dio non livella il mio senso critico nei confronti della Chiesa e del
Cristianesimo; chi abbia sfogliato un libro di Storia o di Storia della Chiesa non può misconoscere
i tanti e gravi errori che, nei secoli, la Chiesa ha perpetrato… e continuerà a
farne! Slanci in avanti e ‘passi da gambero’ si avvicendano da sempre.
Considero brevemente l’età moderna: penso al succedersi di papi libertini (Alessando VI),
preoccupati di garantire titoli e futuro ai figli (Cesare e Lucrezia Borgia), e di papi belligeranti
(Giulio II). Penso alle diverse condanne per eresia: nel caso di Martin Lutero esplode
il conflitto tra l’uomo moderno e l’oscurantismo di una Chiesa ancora medievale che
scoprirà la necessità di dare la Bibbia in mano ai cristiani ben 5 secoli dopo, lamentandosi
pure dell’ignoranza dei fedeli. Penso all’Inquisizione e non posso non valutare la miopia
di 4 secoli, tanto è servito per riconoscere la grandezza di Galileo, intellettuale e cristiano
intelligente, capace di coniugare scienza e fede, ante litteram. Ed oggi, quando sento i
Vescovi italiani invocare la formazione di una nuova classe politica cattolica non posso non
ricordare il non expedit di Pio IX. E mi fermo qui.
Certo, il rispetto della distanza storica ci impedisce di filtrare il passato con le categorie
del presente ma ciò non cambia la natura di tanti errori, solo ci permette di collocarli nel
loro contesto e di darcene ragione. Credo che la verità sia umile (direi, nel senso etimologico
di ‘adesione alla terra’) e che l’umile sia intelligente. A fronte della sua storia, la
Chiesa ‘umana’ dovrebbe essere più umile; mi piacerebbe che evitasse toni talvolta perentori
che non piacciono a nessuno, quando non provocano reazioni contrarie; penso che
dovrebbe cercare di avvicinare in modo diverso gli uomini e le donne di questo tempo e
che dovrebbe formare con l’esempio, più che pontificare. Mi sembra che gli ultimi avvenimenti,
relativi ad abusi peraltro diffusi negli ambienti più disparati ma non così denunciati,
stiano operando una sorta di nemesi storica in ordine al rifiuto che, per buona parte
del Novecento, la Chiesa ha opposto alle scienze umane, in primis alla psicologia. Non
credo fosse necessario questo ulteriore contributo di ‘vittime’, i cui numeri peraltro lievitano
scandalisticamente, per rivedere la Ratio formationis dei seminari ed introdurre quel
po’ di psicologia che aiuta la comprensione di sé e degli altri e permette di discernere
meglio la propria vocazione.
Ma tutto ciò riguarda la Chiesa gerarchica, egregio Direttore, e la gerarchia ecclesiale rappresenta
una minima parte della Chiesa universale, formata dai tanti cristiani che, con la
loro libera coscienza, si ispirano ai principi evangelici per modellare la propria esistenza.
Per riprendere la testata, aggiungo di ‘non credere’ molto a questo involucro umano della
Chiesa istituzionale, connotato dalle antiche e sempre ripetute pecche (corruzione, carrierismo,
ecc.); credo invece che la presenza divina sostenga la Chiesa nel tentativo di comunicare
agli uomini il suo amore, nonostante tutto. Dio assiste il suo ‘meeting’ (Ecclesia) di
uomini e donne, teologicamente ‘mistico corpo di Cristo’, nonostante i suoi governanti,
che spesso sono più di intralcio che di aiuto. Basti pensare che Cristo ha ‘riunificato’ l’uomo
con Dio Padre, mentre il Cristianesimo non ha fatto che ‘dividersi’ in nome di bizantinismi
teologici, di interessi economici, politici, ecc. Questo è forse lo ‘scandalo’ cristiano
più grande, che la contingenza storica obbliga a rimettere in discussione. Se la Chiesa
fosse un’istituzione meramente umana, le lotte intestine l’avrebbero annientata sul nascere,
prima ancora dei nemici esterni.
Gentile Direttore, comprendo bene come la ‘fede in Dio’ sia un presupposto non condiviso
dalla sua rivista, ma forse si può convenire sull’uso informato e critico della intelligenza
umana.
Infine, e con ciò concludo, mi sono chiesta se il taglio unilaterale della rivista non rischi di
isolare, quasi di ‘ghettizzare’ i noncredenti; non sarebbe più proficuo aprire al confronto
con i credenti di vario genere, favorendo così quell’interazione che meglio contribuirebbe
a definire le identità, e degli uni e degli altri? Che creerebbe conoscenza e rispetto per la
diversità, favorendo la civile integrazione delle libertà, in questa Italia che mi sembra boccheggiare
di fronte alla ormai necessaria sprovincializzazione, impostale dall’attuale congiuntura
storica?
Auguro a lei ed alla rivista un futuro roseo ed aperto. Le porgo i miei più cordiali saluti.
suor Luisa Fulci
Sorella Luisa,
a parte invitarla a leggere l’editoriale di questo fascicolo a riguardo del “Dialogo” da lei giustamente
auspicato, non aggiungo una sola parola alla sua lettera scritta con grande apertura
di intelligenza e di cuore, e che condivido. Per quanto attiene a quel quantum di sofferenza
che traspare dalla sua lettera, si consoli: per quegli stessi motivi soffriamo insieme,
perchè ciò che lei lamenta dispiace anche a me, e la sua domanda di spiritualità giustizia e
amore, che mancano alla Chiesa cattolica di oggi, quella che ha coperto scandali e crimini
orribili, è anche la mia. Conosco troppi preti privi di anima ma tronfi di ortodossia e capaci
solo di ripetere le frasi fatte della loro gerarchia, preti che hanno coperto i pedofili della loro
cerchia ma rifarebbero i roghi per i noncredenti. Se la sua chiesa fosse come lei la vorrebbe,
la laicità sarebbe una realtà etica e forse questa rivista non avrebbe motivo di esistere.
L’incontro casuale con lei che ha voluto scrivere a NonCredo è motivo di soddisfazione per
me, e spero anche per i nostri lettori. Anche e non soltanto per questo, Sorella Luisa, le
auguro di tutto cuore ogni bene, oltre a sentirmi unito a lei dalla scommessa di Blaise Pascal:
chi la vincerà di noi due? Con grande considerazione e affettuosa stima.
Speranza, Obbedienza e Libertà
Gentile direttore,
Da molti anni mi sono riavvicinato alla Chiesa Cattolica e traggo serenità dalla Fede. Non comprendo
per quale motivo si debba propagandare l’Ateismo contro le diverse Religioni. Perché
togliere la Speranza in chi crede? Con i migliori saluti.
Alberto Bertolucci
Gentile Sig. Bertolucci,
Togliere la speranza sarebbe un atto velleitario e nonmorale, e non si fa. Non lo fareimai io e non lo fa NonCredo,
che si limita a proporre cultura ad un pubblico adulto e colto. La ricerca della verità possibile, invece, è una cosa
diversa: non vuole togliere speranza, ed è fatta con serenità come nella filosofia, o con seria ricerca come nelle
scienze. A me dà molta serenità interiore e partecipativa, e non mi toglie la libertà di indagare senza scafandri
dogmatici. Partecipare al mondo, secondo me, è anche guardarlo con occhi propri autonomi. La funzione di
NonCredo è solo quella di proporre visioni diverse alla libera valutazione del lettore. La fede? Secondo me ogni
fede, proprio perché tale, consiste nella fede in una fede altrui, che è arrivata fino a noi in qualche modo. Ho il
più grande rispetto per la sensibilità di chiunque, e cerco soltanto di fare anche conoscere la bellezza del pensare
in proprio in un amorevole orizzonte etico e noetico. Non vivo in funzione del problema di dio-sì o dio-no, ma
trovo che le religioni istituzionalizzate, dogmatiche e gerarchiche, oltre a dividere tragicamente gli uomini, postulano
una totale abdicazione in ambito cognitivo ed etico. Mi piacciono i personaggi che “cercano”,
come Ulisse e Prometeo, e aborrisco l’obbedienza religiosa, per fede, che è
arrivata ad armare la mano di padri contro figli per compiacere il proprio
dio, come nei miti di Ifigenia e di Isacco.
Quanto durano le religioni?
Gentile dottor Bancale,
Ammiro ed apprezzo la sua rivista NonCredo, ne condivido i temi, ma quali possono esserne i
fini? La Chiesa cattolica resta così incombente in Italia, vi impera da circa due millenni, non è
più un impero o un regno ma il suo potere, mutatis mutandis, mi sembra più o meno inalterato.
Non ci sono precedenti nel mondo di “rivoluzioni” contro le religioni: secondo lei chi o che cosa
ce la può togliere da dosso? E cosa fare?
Michela Andrei
Gentile Sig.ra Andrei,
Vi sono degli assoluti biologici che vanno onorati: nutrirsi per sopravvivere, accoppiarsi per assicurare la
continuità della specie, coltivare amore, libertà e giustizia affinché vivere possa avere un senso, comprendere
la natura della sofferenza per poterla superare. Ma dove è scritto mai che si debbano subire le capricciose
ideologie di tanti disparati cleri e religioni di cui, per giunta, se d’un tratto scomparissero, non se ne accorgerebbe
nessuno e tutto proseguirebbe normalmente sul sentiero dell’evoluzione e della Storia? Che è poi ciò
che è sempre ed infinite volte avvenuto nel corso dell’avvicendarsi e susseguirsi di civiltà e culture umane a
partire innanzitutto dalle loro religioni: veda Greci ed Atzechi, Sumeri ed Inca, Egizi e Romani, Vichinghi,
Etruschi, Minoici, Navajo, Inuit, Ittiti, Celti, Bon e via. La morale? Signora, bisogna saper attendere.
Perchè Carducci?
Egregio direttore,
sono un insegnante di lettere e mi colpisce la frequenza con cui lei cita un nostro grande
poeta e premio Nobel, Giosuè Carducci, che oggi però nelle scuole è quasi caduto nell’oblio.
C’è un particolare motivo? Grazie.
Nicola Palaia
Gittò la tonaca Martin Lutero, gitta i tuoi vincoli uman pensiero.
A te, dell’essere principio immenso,materia e spirito, ragione e senso;
sacri a te salgano incensi e voti! Hai vinto il Geova dei sacerdoti.
Questo è il Nostro. E le sembra poco?
Anche questa è l’Italia
Sono credente, Cattolico Romano, e spero che un giorno anche voi ritroverete la Fede in Nostro
Signore. Questa sera pregherò per voi e per la vostra conversione. A.C.
Voi predicate la desertificazione delle anime che sono l’elemento distintivo fra gli uomini e le bestie.
Voi uccidete, oltre che la Tradizione, la gioia e la speranza. Voi siete i figli della Ragione e quindi
della nefanda rivoluzione francese. I vostri successi, purtroppo oggi innegabili, sono la morte della
civiltà. I miei valori sono assolutamente antitetici ai vostri e si ispirano a Dio, alla Patria, alla
Monarchia. Con voi nessun dialogo, mai. Non voglio neanche sentirvi nominare. U.d.A.
Amicus Plato sed magis amica veritas.
Evocatio e tolleranza del politeismo
Caro dottor Bancale,
sono perfettamente d’accordo con quanto lei ha scritto nel primo fascicolo di NonCredo
sull’intolleranza, nata nelle religioni col monoteismo. Diversamente da questo, infatti, il politeismo
è un sistema religioso tendenzialmente tollerante. Il motivo è semplice: laddove il primo
nega l’esistenza di altre divinità oltre al dio unico, il secondo opera in senso opposto. Ciò include
anche il riconoscimento e il rispetto degli dèi del nemico. La religione romana, ad esempio, era
particolarmente «aperta» ed «inclusiva». Tra le conseguenze di questa impostazione vi era non
solo l’accettazione e la dignità dell’«altro» sul piano divino, bensì, di più, una continua tendenza
all’omologazione e all’assunzione delle divinità straniere. Nessun dio, per quanto «straniero», era
accostato senza il dovuto rispetto, rischiando dunque che si adirasse, né se ne negava l’esistenza:
al massimo, come nel caso del Cristianesimo, ci si opponeva a possibili conseguenze sociali e politiche
ma non si contestava mai la realtà delle altre divinità. Altro esempio rivelatore: soprattutto
in età arcaica, quando i Romani assediavano una città, ricorrevano talvolta ad un particolare rito,
l’evocatio, tramite il quale si provvedeva ad ottenere che la divinità tutelare della città abbandonasse
la propria sede e i suoi protetti, acconsentendo a trasferirsi a Roma. I Romani infatti, distinguendo
attentamente tra abitatori umani e divini del luogo, non potevano prescindere dall’assenso
divino alla conquista: diversamente si sarebbe commessa un’empietà e messa a rischio la pax
deorum («la pace data dagli dèi»), cioè il patto che legava Roma ai propri dèi.
Giorgia Ferri
Gentile Sig.ra,
grazie per il suo contributo. Sono d’accordo con lei: la logica del monoteismo è un peggioramento della
regola del terzo escluso, perché esso implica anche che secundum non datur; è un aut-aut velleitario e
metafisico che riflette un desiderio di potere assoluto su tutto e su tutti. Il “patto dell’alleanza” con cui il
popolo ebraico fantasticò di essere l’unico popolo “eletto”, pour cause, da un certo loro dio è forse il più
riuscito esempio di narcisismo collettivo ed etnico della storia, dopo di che “lo Stato sono io” o “dopo di
me il diluvio” diventano quasi trascurabili. Nei vangeli cristiani la frase perentoria “o con me o contro di
me” detta da Gesù di Nazareth è ben scandita e chiara e la storia ci è testimone delle sue conseguenze,
mentre la lotta agli “infedeli” del monoteismo dell’islam non è da meno. Mi perdoni la divagazione, ma
le sue considerazioni mi fanno ricordare la frase con cui Carducci rivendicava la sua genuina credenza
nella religione greco-romana e nel suo umanizzato politeismo, ma anche il Pirandello di “Uno, nessuno,
centomila”, dove io, se il numero si riferisse agli dèi, opterei per il nessuno, ritenendo però che anche il
centomila mi garantirebbe bene dai danni dell’uno.
Fanatismo e sopravvivenza
Gentile dott. Bancale,
ho letto con interesse il suo articolo sul relativismo delle religioni e lo condivido. Anzi, dico
di più: relativismo per relativismo, innumeri sono i casi di persone che abbandonano le religioni,
o che abiurano per i motivi più vari, ovvero si fanno convincere dalle orde di missionari
delle più varie credenze. E, comunque, le religioni rimangono una categoria psico-sociale comune
a tutti i tempi e a tutte le latitudini. Così come per le lingue: si nasce parlandone una, vi si cresce
e poi, se si emigra, si cambia lingua senza drammi con molto pragmatismo. E allora, poiché questi
dèi nessuno li ha mai visti o incontrati e tutto si regge sul mito, sul racconto, sul “così mi hanno
detto”, così come scrive lei nel suo articolo, che senso ha, nelle sempre odiose persecuzioni religiose,
il farsi trucidare per non convertirsi alla religione al momento dominante? Qualunque religione
ha comunque un’etica, un consolante aldilà e una liturgia cultuale che contenta i semplici.
Di fronte alla vita o all’incolumità il resistere alla “conversione” si riduce solo ad un caparbio
autolesionismo, quando non suicidio. Si dice che i cristiani entrassero cantando tra i leoni del
Colosseo. Non ci credo, ma se così fosse non ci sarebbe maggiore stupidità umana scritta col sangue
del fideismo.
Alessandro Bernardini
Caro Bernardini, non potrei condividerla di più. Un conto è la giudea Masada, che vuol dire lotta per la
libertà e non diventare schiavi, altro è cambiare religione come facevano i marani ebrei ed i moriscos
saraceni in Spagna: pur di salvarsi e continuare a vivere si mimetizzavano e intanto continuavano clandestinamente
a venerare il dio che gli pareva. Ritengo sia vero che è meglio un soldato vivo che un martire
morto, e ritengo pure che il fanatismo rimane una pericolosa metastasi sia per la logica che per lo
spirito di sopravvivenza.
Perché NONCREDO è apolitico
Gentile direttore,
sono stata piacevolmente sorpresa dalla novità NONCREDO, piacevolezza che riguarda tanto
l’ampiezza delle tematiche toccate, quanto la grafica adottata; qualche perplessità la conservo, ma
forse solo perchè la rivista non ha avuto ancora modo di esprimersi a pieno, circa la “tendenza”
della sua pubblicazione. I riferimenti in copertina al paese, alle leggi condivise, come vanno interpretate?
Dopo i tanti stucchevoli riferimenti al “moderatismo” da parte del mondo cattolico non
state forse rischiando di costruirne uno nuovo di sapore laico ma, in fin dei conti, assai simile?
In attesa di capire meglio da che parte volgiate lo sguardo, continuerò a leggere attentamente i
prossimi numeri.
Michela De Fusco
Gentile sig.ra De Fusco, grazie per le domande. Debbo precisare innanzitutto che se per “tendenza” lei intende
una coloritura politica di base, noi le abbiamo programmaticamente sostituito un progetto culturale ed
etico. Il cuore della nostra proposta è proprio nella trasversalità politica, economica, razziale, di genere, età,
ecc. che ci caratterizza. Lo scopo prefissatoci non è né quello di costruire un nuovo moderatismo laico né,
men che mai, quello d’impostare una qualsivoglia forma di estremismo. Oltre, e prima di qualsiasi “-ismo”,
siamo interessati solo a proporre valori di civiltà laica che, proprio perchè laica, siano universalmente accoglibili.
Vogliamo, insomma, dare spazio ad una cultura e ad un’etica completamente svincolate dai credi religiosi
e da qualsiasi necessità di essi, ma rispettosa di tutte le idee, maggioritarie o minoritarie che siano.
Proprio per questo, mi creda, etichette come “destra”, “centro”, “sinistra”, non si attagliano
a NONCREDO né oggi nè in futuro, ma, almeno per noi, rimangono,
come è giusto che sia, pertinenti al “privato”. E lì restano.
Cardinale Martini e Corriere della Sera
Gentile dott. Bancale,
ricollegandomi alla nostra conversazione sulla sua Fondazione ReligionsFree e
sulla rivista Noncredo di prossima pubblicazione, date le sue posizioni, desidero
conoscere il suo pensiero sull’ultima manovra antilaica registrabile in Italia, e cioè
la rubrica a piena pagina a firma del cardinale Carlo Martini sul Corriere della Sera.
Dopo la politica nazionale e locale, la scuola ed i vari TG televisivi, adesso tocca assistere
anche alla capitolazione del massimo quotidiano italiano alle esigenze di “colonializzazione”
della chiesa cattolica. Cosa al mondo può averlo suggerito (o imposto)
a via Solferino? Grazie.
Giancarlo Pellegrini
Le mie idee sono certamente quelle che lei conosce, però vedrei l’evento cui lei si riferisce in una chiave
diversa. Leggo il Corriere ogni giorno da sempre, lo stimo e mi fido. Convengo che la rubrica di
una intera pagina per Martini, sia pure una volta al mese, possa essere spiazzante per un noncredente
come lei e come me, però è anche offerta ad una persona che stimo molto, serena, colta e, creda
pure, neutrale. Credo che il Corriere abbia perso molto di più su questo versante quando ha esibito
la vice-direzione di quel Magdi Allam fino al suo esibitissimo salto della quaglia, nonché rimpiazzando
con lo schierato Messori l’ attendibile e quasi illuminista Sergio Quinzio. Debbo riconoscere
al gesuita arcivescovo cattolico Carlo Martini di aver intuito, con profondo sentire, il ruolo dei non
credenti ben prima di Obama e di Noncredo, istituendo molti anni fa la sua “Cattedra dei non credenti”,
collana di ottimi libri su etica e scienza, che sembra parallela a quella su pari tematica
scritti dal Dalai Lama, ma con una differenza: che Martini faceva scrivere quei libri da atei. E li
divulgava. E ne condivideva la funzione di avvicinamento degli uomini tra loro senza separazione di
barriere confessionali. E le pare poco? “Noi possiamo acquisire dalle religioni orientali quella
profondità contemplativa e quel senso di silenzio che abbiamo perduto nella religiosità occidentale”
sono parole di Martini. E così anche: “Il non credente non sente i valori trascendenti,
ma desidera avere qualcosa cui appoggiarsi, ed è perciò possibile stabilire un dialogo nella
ricerca di punti di riferimento per un’azione morale, per impegnarsi a realizzare un vero bene
umano condiviso da tutti”. Ma questo è il programma di Noncredo! E ancora: “La critica dei non
credenti ha portato la Chiesa a correggersi e ampliare i suoi orizzonti: hanno donato ai giovani
la tolleranza, abbiamo sentito che condividevano i nostri obbiettivi fondamentali e vedevano
spesso percorsi migliori, individuavano i dolorosi limiti della Chiesa. Si avvertiva la loro
amicizia”. Caro Pellegrini, questo è l’uomo; come noncredenti diamogli fiducia e stiamo a vedere.
Saranno sempre parole forse dottrinalmente di parte, ma certamente di pace e di amore.
Insomma in una chiesa cattolica inquinata ovunque dai suoi tanti preti pedofili, oltretutto clandestinamente
protetti ai massimi livelli, (lei ricorda tale Maciel fondatore dei “legionari di
Cristo” pubblicamente definito “un insigne criminale” dal teologo Kung amico e collega di
Ratzinger?), in una chiesa in cui lo spirito di potenza pare giustificare, come sempre, compromessi
non certo morali (ricorda lo spregiudicato vescovo Marcinkus capo della disinvolta
banca vaticana IOR?), in una chiesa dove vengono imposti potenti proconsoli
come il nostro furbissimo Ruini, ebbene il mio parere è
che magari ce ne fossero tanti di più di Carlo Maria Martini.
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